Categoria: Passa Parola

Rispettare la dignità di ogni prossimo

Buon mercoledì dell’ottava di Pasqua

«Resta con noi perché si fa sera e il giorno

già volge al declino»

Lc 24, 29

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MESE di APRILE

dedicato alla

DIVINA MISERICORDIA

FESTA DELLA DIVINA MISERICODIA

https://www.preghiereperlafamiglia.it/APRILE.htm

24 APRILE

SAN BENEDETTO MENNI

Milano, 11 marzo 1841 – Dinan (Francia), 24 aprile 1914

Benedetto Menni, al secolo Angelo Ercole è stato il restauratore dell’ordine ospedaliero di San Giovanni di Dio (Fatebenefratelli) in Spagna, nonché il fondatore nel 1881 delle Suore ospedaliere del Sacro Cuore, particolarmente dedite all’assistenza dei malati psichiatrici. Nato nel 1841, lasciò il posto in banca per dedicarsi, come barelliere, ai feriti della battaglia di Magenta. Entrato tra i Fatebenefratelli, fu inviato a soli 26 anni in Spagna con l’improbo compito di far rinascere l’Ordine, che era stato soppresso. Ci riuscì tra mille difficoltà – tra cui un processo per presunti abusi a una malata di mente, concluso con la condanna dei calunniatori – e in 19 anni da provinciale fondò 15 opere. Su suo impulso la famiglia religiosa rinacque anche in Portogallo e Messico. Fu poi visitatore apostolico dell’Ordine e anche superiore generale. Morì a Dinan in Francia nel 1914, ma riposa a Ciempozuelos, nella sua Spagna. È santo dal 1999. (Avvenire)

https://www.preghiereperlafamiglia.it/san-benedetto-menni.htm

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Mercoledì di Pasqua 24 Aprile 2019

Mercoledì fra l’Ottava di Pasqua

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Luca 24,13-35

In quello stesso giorno, il primo della settimana, due discepoli di Gesù erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus,
e conversavano di tutto quello che era accaduto.
Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro.
Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo.
Ed egli disse loro: «Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?». Si fermarono, col volto triste;
uno di loro, di nome Clèopa, gli disse: «Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?».
Domandò: «Che cosa?». Gli risposero: «Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo;
come i sommi sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi l’hanno crocifisso.
Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele; con tutto ciò son passati tre giorni da quando queste cose sono accadute.
Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; recatesi al mattino al sepolcro
e non avendo trovato il suo corpo, son venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo.
Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato come avevan detto le donne, ma lui non l’hanno visto».
Ed egli disse loro: «Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti!
Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?».
E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.
Quando furon vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano.
Ma essi insistettero: «Resta con noi perché si fa sera e il giorno gia volge al declino». Egli entrò per rimanere con loro.
Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro.
Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista.
Ed essi si dissero l’un l’altro: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?».
E partirono senz’indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro,
i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone».
Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

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Commento del giorno:

San Giovanni Paolo II (1920-2005)

papa

Lettera Apostolica “Mane nobiscum Domine” §19-20 (© Libreria Editrice Vaticana)

“Resta con noi”

Alla richiesta dei discepoli di Emmaus che Egli rimanesse “con” loro, Gesù rispose con un dono molto più grande: mediante il sacramento dell’Eucaristia trovò il modo di rimanere “in” loro. Ricevere l’Eucaristia è entrare in comunione profonda con Gesù. “Rimanete in me e io in voi” (Gv 15,4). Questo rapporto di intima e reciproca “permanenza” ci consente di anticipare, in qualche modo, il cielo sulla terra. Non è forse questo l’anelito più grande dell’uomo? Non è questo ciò che Dio si è proposto, realizzando nella storia il suo disegno di salvezza? Egli ha messo nel cuore dell’uomo la “fame” della sua Parola (cfr Am 8,11), una fame che si appagherà solo nell’unione piena con Lui. La comunione eucaristica ci è data per “saziarci” di Dio su questa terra, in attesa dell’appagamento pieno del cielo. Ma questa speciale intimità che si realizza nella “comunione” eucaristica non può essere adeguatamente compresa né pienamente vissuta al di fuori della comunione ecclesiale… La Chiesa è il corpo di Cristo: si cammina “con Cristo” nella misura in cui si è in rapporto “con il suo corpo”. A creare e fomentare questa unità Cristo provvede con l’effusione dello Spirito Santo. E Lui stesso non cessa di promuoverla attraverso la sua presenza eucaristica. In effetti, è proprio l’unico Pane eucaristico che ci rende un corpo solo. Lo afferma l’apostolo Paolo: “Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane” (1Cor 10,17).

 

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Passa Parola

24/04/2019: Rispettare la dignità di ogni prossimo.

Giovanni Paolo II, parlando ai nostri giovani, diceva: (Voi) volete scrutare il cammino che bisogna percorrere per raggiungere un “mondo unito£, nella consapevolezza che tale “ideale” va facendosi “storia”.

Davvero, questa sembra la prospettiva che emerge dai molteplici segni del nostro tempo: la prospettiva di un mondo unito. È la grande attesa degli uomini d’oggi. […] A tutti è domandato di educare la propria coscienza a sentimenti di rispettosa convivenza, di concordia, di fratellanza, giacché senza questi non è possibile attuare un vero cammino di unità e di pace.[…]

(Fonte: Giovanni Paolo II, Con il Movimento dei Focolari nel Palazzo dello Sport, 31 marzo 1990, in «La Traccia», 3 (1990), pp. 323-324.)

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Esortazione apostolica Amoris Laetitia

“La madre, che protegge il bambino con la sua tenerezza e la sua compassione, lo aiuta a far emergere la fiducia, a sperimentare che il mondo è un luogo buono che lo accoglie, e questo permette di sviluppare un’autostima che favorisce la capacità di intimità e l’empatia. La figura paterna, d’altra parte, aiuta a percepire i limiti della realtà e si caratterizza maggiormente per l’orientamento, per l’uscita verso il mondo più ampio e ricco di sfide, per l’invito allo sforzo e alla lotta. Un padre con una chiara e felice identità maschile, che a sua volta unisca nel suo tratto verso la moglie l’affetto e l’accoglienza, è tanto necessario quanto le cure materne. Vi sono ruoli e compiti flessibili, che si adattano alle circostanze concrete di ogni famiglia, ma la presenza chiara e ben definita delle due figure, femminile e maschile, crea l’ambiente più adatto alla maturazione del bambino.

(Papa Francesco Amoris Laetitia 175)
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Lectio Divina Carmelitana:

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24 aprile 2019 – MERCOLEDÌ FRA L’OTTAVA DI PASQUA

 

DALLA PAROLA DEL GIORNO

“Ed ecco, in quello stesso giorno, [il primo della settimana,] due [dei discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto.

Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù […] Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; … non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto».

Lc 24,13-35

 

Come vivere questa Parola?

I due viandanti di Emmaus all’inizio del loro dialogo con il misterioso personaggio si identificano con i tanti che hanno ricevuto la notizia del vangelo, ma non sono stati disposti a lasciarsi trasformare da quella notizia. È un vangelo a metà – è tipico di molte persone che conosciamo! – che magari frequentano i luoghi di culto ma rimangono alla superficie di un evento, di cui rimangono spettatori, come quando si assiste a un rito, ma nulla cambia nella propria interiorità e nella vita … Si tratta sì di un “annuncio”, ma non è ancora il “buon annuncio” di cui è sostanziato il vangelo! Proviamo a scrutare l’andamento stilistico del brano: si passa da un periodare lungo e stanco, puramente descrittivo, ad uno stadio in cui al contrario compaiono punti esclamativi, frasi brevi ed espressioni veicolanti coinvolgimento e partecipazione emotiva. È la traduzione in chiave letteraria di un processo che conduce i due viandanti a riacquistare quella speranza che avevano perduto (“Noi speravamo …”). E non è un processo di introspezione solipsistica, è invece il rendersi conto che Gesù non è un ricordo né un teorema, ma è vivente tra noi e in noi, ed attende che lo riconosciamo “Signore”!

Davanti al fratello che mi trovo di fronte, oggi mi propongo di avere occhi per scorgere in lui la presenza discreta e misteriosa del Signore, per sperimentare come la mia salvezza passa attraverso la realtà concreta di quanto accade attorno a me.

 

La voce di un Sapiente

“Comprendi la forza dell’amore. Il tuo orizzonte sarà infinito”

Gandhi

 

Commento di don Enrico Emili

enricoemili@tiscali.it

 

Casa di Preghiera San Biagio www.sanbiagio.org  info@sanbiagio.org

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L’argomento di oggi

 

L’INSERZIONE

In risposta a una mia inserzione, un bel mattino mi trovai sulla soglia dell’ufficio – si era d’estate e la porta restava aperta – un giovane immobile. Ancora adesso rivedo quella figura, così sbiadita nel suo decoro, miserabile nella sua rispettabilità, così disperata nella sua solitudine.

Herman Melville

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Ogni giorno nel fascio di posta che giunge sul mio tavolo non manca mai un curriculum: nella freddezza dello standard adottato si intuisce il fremito di un appello, non di rado esplicitato da una lettera accompagnatoria che ti fa stringere il cuore. Dietro quelle righe, infatti, c’è un giovane senza grandi speranze, un padre disoccupato, una persona in necessità. Mi viene in mente Bartleby, lo scrivano, il protagonista dell’omonima opera di Herman Melville (1819-91), il romanziere americano che è nella memoria di tutti per il suo celebre Moby Dick. Quel giovane aspira a un posto di scrivano, in pratica di impiegato, ed è lì con la rassegnazione di chi sa già di dover eseguire un lavoro alienante e senza creatività.

Tacendo, copia fogli e fogli, mentre fuori pulsa la vita degli affari. Non ha amici e neppure una casa sua, non intesse dialoghi, ma respinge ogni coercizione o prevaricazione con un atono I would prefer not to, «preferirei di no». Ignorato dai colleghi e dagli stessi padroni, egli chiuderà la sua storia in modo drammatico, dopo un’esistenza grigia nell’ufficio delle «lettere smarrite» di Washington (in inglese dead letters, «lettere morte»…). Il pensiero va oggi ai tanti precari che, per sopravvivere, devono accettare condizioni di lavoro aleatorie e che non possono neppure obiettare: «Preferirei di no». Pensiamo anche agli stranieri costretti spesso a situazioni umilianti di quasi schiavitù. Oppure a chi ha messo inserzioni e inviato il curriculum e non ha uno straccio di risposta. Un po’ tutti dobbiamo raccogliere l’appello silenzioso di Bartleby e dei tanti suoi colleghi, anche più sfortunati.

(Testo tratto da: G. Ravasi, Breviario laico, Mondadori)

RECUPERA LA RIFLESSIONE DI IERI!

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“Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri” (Gv 13,14).

L’evangelista Giovanni, nel ricordare le ultime ore trascorse con Gesù prima della Sua morte, mette al centro la lavanda dei piedi. Nell’antico Oriente, era un segno di accoglienza verso l’ospite, arrivato attraverso strade polverose, di solito compiuto da un servo.

Proprio per questo, in un primo momento i discepoli si rifiutano di accettare questo gesto dal loro Maestro, ma poi Egli alla fine spiega:

“Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri”.

L’amore costante rinnova la vita interiore.

Buon martedì dell’ottava di Pasqua

«Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre;

ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro,

Dio mio e Dio vostro»

Gv 20, 17

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MESE di APRILE

dedicato alla

DIVINA MISERICORDIA

FESTA DELLA DIVINA MISERICODIA

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23 APRILE

SAN GIORGIO MARTIRE

Cappadocia sec. III – + Lydda (Palestina), 303 ca.

Giorgio, il cui sepolcro è a Lidda (Lod) presso Tel Aviv in Israele, venne onorato, almeno dal IV secolo, come martire di Cristo in ogni parte della Chiesa. La tradizione popolare lo raffigura come il cavaliere che affronta il drago, simbolo della fede intrepida che trionfa sulla forza del maligno. La sua memoria è celebrata in questo giorno anche nei riti siro e bizantino. (Messale Romano)

https://www.preghiereperlafamiglia.it/san-giorgio-martire.htm

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Martedì di Pasqua 23 Aprile 2019

Martedì fra l’Ottava di Pasqua

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 20,11-18

In quel tempo, Maria stava all’esterno vicino al sepolcro e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro
e vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù.
Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?». Rispose loro: «Hanno portato via il mio Signore e non so dove lo hanno posto».
Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù che stava lì in piedi; ma non sapeva che era Gesù.
Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?». Essa, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: «Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove lo hai posto e io andrò a prenderlo».
Gesù le disse: «Maria!». Essa allora, voltatasi verso di lui, gli disse in ebraico: «Rabbunì!», che significa: Maestro!
Gesù le disse: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma và dai miei fratelli e dì loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro».
Maria di Màgdala andò subito ad annunziare ai discepoli: «Ho visto il Signore» e anche ciò che le aveva detto.

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Commento del giorno:

San Cirillo di Gerusalemme (313-350)

vescovo di Gerusalemme e dottore della Chiesa

Catechesi n° 14

“Nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo… Là deposero Gesù” (Gv 19,41-42)

In quale stagione sia risorto il Salvatore, lo dice il Cantico dei Cantici: “L’inverno è passato, è cessata la pioggia, se n’è andata; i fiori sono apparsi nei campi…” (2,11-12). Anche adesso la terra è piena di fiori…; lo vedi, l’inverno è passato ed è primavera; siamo quindi nel primo mese del calendario ebraico, in cui cade la festa della Pasqua un tempo celebrata in figura e oggi nella realtà… Fu seppellito in un giardino… Del giardino cosa aveva detto colui che vi fu sepolto? Sta scritto: “Lì ho raccolto la mia mirra e i miei aromi”, “mirra, aloe e ogni profumo di prima qualità” (Ct 5,1 ; 4,14). Sono gli aromi simboli della sua sepoltura, di cui leggiamo nei Vangeli: “Vennero al sepolcro le donne e vi portarono gli aromi che avevano preparato” (Lc 24,1)… Ma lo Sposo, medico delle anime, prima di entrare a porte chiuse, si fece cercare da quelle sante donne di virtù specchiata e di animo virile che vennero al sepolcro in cerca di lui già risorto… Maria, dice il Vangelo, venne a cercarlo ma non lo trovò, ne ascoltò poi l’annunzio dagli angeli, e infine vide il Cristo. Anche questo era stato predetto? Leggiamo nel Cantico dei Cantici: “Sul mio letto, lungo la notte, ho cercato l’amato del mio cuore” (Ct 3,1)…, e nel Vangelo: “Maria venne quando era ancora buio” (Gv 20,1). “L’ho cercato, ma non l’ho trovato”, e il Vangelo continua sullo stesso tono; Maria dice: “Hanno levato il mio Signore, e non so dove l’hanno deposto”, e gli angeli sopraggiunti a guarire la sua ignoranza le dicono: “Perché cercate tra i morti colui che vive?” (Lc 24,5)… Maria ignorava che egli era risorto. Di questa ignoranza aveva profetato il Cantico dei Cantici, facendo rivolgere dalla sposa la domanda che Maria fece agli angeli: “Avete visto l’amato del mio cuore?”, e facendole dire: “Da poco avevo oltrepassate le guardie – gli angeli –, quando trovai l’amato del mio cuore; lo strinsi fortemente a me e non lo lascerò” (3, 3-4).

 

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Passa Parola

23/04/2019: L’amore costante rinnova la vita interiore.

L’intuizione carismatica di Chiara viene in seguito confermata dalle parole di Giovanni Paolo II, rivolte ad un gruppo di vescovi aderenti al Movimento dei Focolari, radunati per approfondire il tema: “Il crocifisso e abbandonato radice della Chiesa comunione”. “Vi incoraggio – dice il Papa – a lasciarvi guidare dalle indicazioni che ho stilato nella Lettera apostolica Novo millennio ineunte. In essa, infatti, invito l’intero popolo cristiano a fissare lo sguardo sul volto di Cristo crocifisso e risorto e ad approfondire il mistero di dolore e di amore da cui nasce e si rinnova costantemente la Chiesa-comunione come icona vivente della santissima Trinità” .

(Fonte: https://www.cittanuova.it/la-via-alla-interiorita-dilatata/)

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Esortazione apostolica Amoris Laetitia

“Di fatto, «le madri sono l’antidoto più forte al dilagare dell’individualismo egoistico. […] Sono esse a testimoniare la bellezza della vita». Senza dubbio, «una società senza madri sarebbe una società disumana, perché le madri sanno testimoniare sempre, anche nei momenti peggiori, la tenerezza, la dedizione, la forza morale. Le madri trasmettono spesso anche il senso più profondo della pratica religiosa: nelle prime preghiere, nei primi gesti di devozione che un bambino impara […]. Senza le madri, non solo non ci sarebbero nuovi fedeli, ma la fede perderebbe buona parte del suo calore semplice e profondo. […] Carissime mamme, grazie, grazie per ciò che siete nella famiglia e per ciò che date alla Chiesa e al mondo».

(Papa Francesco Amoris Laetitia 174)
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Lectio Divina Carmelitana:

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AMICI E SERVITORI DELLA PAROLA

23 aprile 2019 – MARTEDÌ FRA L’OTTAVA DI PASQUA

 

DALLA PAROLA DEL GIORNO

“Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù, in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?». Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: «Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo». Gesù le disse: «Maria!». Ella si voltò e gli disse in ebraico: «Rabbunì!» – che significa: «Maestro!». Gesù le disse: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: “Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”». Maria di Màgdala andò subito ad annunciare ai discepoli: «Ho visto il Signore!» e ciò che le aveva detto.”

(Gv 20,11-18 )

Come vivere questa Parola?

“Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”: in Gesù risorto non c’è più distanza fra terra e cielo, non c’è più lontananza fra gli uomini e Dio, possiamo chiamare tutti fratelli rispondendo all’invito di Gesù ad essere un’unica famiglia radunata nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. L’ansia e il dolore che abitano il cuore dell’uomo lasciano il posto al conforto di sapersi abitati da Dio, nel nostro uomo interiore da dove spesso preferiamo rimuovere lo sguardo per non essere impressionati dalla sensazione di vuoto. Le lacrime di Maria non si arrestano ma cambiano significato: esprimono ora la dolcezza che stilla dalla gioia dell’incontro, dove ogni sentimento viene accolto, giustificato e redento dal Signore, riconosciuto maestro nell’arte dell’amore.

L’esperienza di Maria racconta di un amore che ha pervaso ogni estensione del suo essere. Oggi voglio ricordare a me stesso che ogni sforzo di evangelizzazione deve per forza passare attraverso un incontro personale, unico e quotidianamente rinnovato con il “mio Signore”!

 

La voce di una Mistica

“Compresi che l’amore abbracciava in sé tutte le vocazioni, che l’amore era tutto, che si estendeva a tutti i tempi e a tutti i luoghi … in una parola che l’amore è eterno”

Teresa d’Avila

Commento di don Enrico Emili

enricoemili@tiscali.it

 

 

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L’argomento di oggi

 

A FORMA DI CUORE

C’è un vuoto a forma di Dio nel cuore di ogni persona e non può mai essere riempito da nessuna cosa.

Apocrifo di Blaise Pascal

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Tempo fa ho letto con gusto un libro raffinato e molto «mirato», la Breve storia del verbo essere di Andrea Moro. Si tratta, infatti, del verbo che intreccia – nel suo coniugarsi all’interno del linguaggio umano – non solo la lingua e la logica, ma anche la filosofia, la matematica e persino la teologia, dato che Dio stesso si rivela a Mosè così: «Io sono colui che sono» (Esodo 3,14). Ebbene, in apertura a quel volume l’autore poneva la frase affascinante che sopra ho trascritto, aggiungendo questa precisazione: «citazione apocrifa di Pascal». Certo, come accadde a sant’Agostino, un pensatore folgorante, così anche il celebre filosofo e scienziato francese non poteva non generare un flusso di imitatori che gli assegnavano aforismi o riflessioni inventate.

È vero, tuttavia, che – come abbiamo già avuto occasione di dire – è propria di Pascal l’esaltazione delle «ragioni del cuore che la ragione non conosce». Qui, però, si introduce un’ulteriore tappa: il cuore umano ha un tale abisso di profondità da poter essere colmato solo da Dio, cioè dall’Infinito e dall’Eterno. Vanamente la persona cerca di riempire questa sorta di buco dell’anima con le cose, coi piaceri, con le distrazioni. Ma queste realtà al massimo possono placare lo stomaco e i sensi; mai riescono anche solo a sopire l’attrazione che quell’assenza esercita, rendendoci sempre in tensione e insoddisfatti. Lo stesso desiderio umano, che è insaziabile, è la testimonianza di questo vuoto che anela e che nulla, tranne Dio, riesce a saturare.

(Testo tratto da: G. Ravasi, Breviario laico, Mondadori)

RECUPERA LA RIFLESSIONE DI IERI!

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“Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri” (Gv 13,14).

L’evangelista Giovanni, nel ricordare le ultime ore trascorse con Gesù prima della Sua morte, mette al centro la lavanda dei piedi. Nell’antico Oriente, era un segno di accoglienza verso l’ospite, arrivato attraverso strade polverose, di solito compiuto da un servo.

Proprio per questo, in un primo momento i discepoli si rifiutano di accettare questo gesto dal loro Maestro, ma poi Egli alla fine spiega:

“Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri”.

Avere coraggio nel fare il primo passo

Buon Lunedì di Pasqua

«Non temete; andate ad annunziare ai miei fratelli

che vadano in Galilea e là mi vedranno»

Mt 28, 10

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MESE di APRILE

dedicato alla

DIVINA MISERICORDIA

FESTA DELLA DIVINA MISERICODIA

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22 APRILE

BEATO FRANCESCO DA FABRIANO

Fabriano, 1251 – Fabriano, 22 aprile 1322

Francesco Venimbeni nacque a Fabriano (Ancona) il 2 settembre 1251. A sedici anni, entrò nell’Ordine dei Minori. Mentre era novizio ebbe il permesso di recarsi ad Assisi per lucrarvi l’indulgenza della Porziuncola. Qui incontrò frate Leone, uno dei primi compagni di san Francesco, e ne lesse gli “scritti”. L’eredità paterna gli permise di costruire una biblioteca dove raccolse una copiosa quantità di manoscritti e in seguito a ciò divenne il primo fondatore delle biblioteche in seno all’Ordine francescano. Tutta la sua vita fu devoluta all’attenzione verso i poveri, gli emarginati e gli ammalati. Infaticabile era il suo zelo per le anime: trascorreva molte ore in confessionale o nell’annunzio della parola di Dio. Vestiva una rozza tunica, si flagellava con aspre discipline, dormiva poco per dedicare più tempo possibile alla preghiera. Argomento della sua contemplazione erano i misteri della passione di Cristo, che lo commuovevano fino al pianto. Morì, come aveva previsto, il 22 aprile 1322. Il suo culto fu riconosciuto da Pio VI il 1° aprile 1775.

https://www.preghiereperlafamiglia.it/francesco-da-fabriano.htm

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Lunedì di Pasqua 22 Aprile 2019

Lunedì fra l’Ottava di Pasqua

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Matteo 28,8-15

In quel tempo, abbandonato in fretta il sepolcro, con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annunzio ai suoi discepoli.
Ed ecco Gesù venne loro incontro dicendo: «Salute a voi». Ed esse, avvicinatesi, gli presero i piedi e lo adorarono.
Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunziare ai miei fratelli che vadano in Galilea e là mi vedranno».
Mentre esse erano per via, alcuni della guardia giunsero in città e annunziarono ai sommi sacerdoti quanto era accaduto.
Questi si riunirono allora con gli anziani e deliberarono di dare una buona somma di denaro ai soldati dicendo:
«Dichiarate: i suoi discepoli sono venuti di notte e l’hanno rubato, mentre noi dormivamo.
E se mai la cosa verrà all’orecchio del governatore noi lo persuaderemo e vi libereremo da ogni noia».
Quelli, preso il denaro, fecero secondo le istruzioni ricevute. Così questa diceria si è divulgata fra i Giudei fino ad oggi.

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Commento del giorno:

San Nerses Snorhali (1102-1173)

patriarca armeno

Gesù, Figlio unigenito del Padre, § 765- 770; SC 203

“Ed ecco Gesù venne loro incontro”

Tu che all’alba sei stato compianto dalle donne che portavano unguenti, dona anche al mio cuore di versare lacrime di fuoco per il tuo amore ardente. E grazie alla buona novella dell’angelo che parlava dall’alto della pietra (Mt 28,2), fammi sentire il suono dell’ultima tromba che annuncia la risurrezione. Dalla tomba nuova e intatta sei risuscitato col corpo nato da Maria Vergine sei diventato per noi primizia e primo nato tra i morti. E a me, che il Nemico ha legato col male del peccato del corpo, concedi ancora la liberazione, come hai fatto per le anime del soggiorno dei morti (1Pt 3,19). Ti sei rivelato nel giardino a Maria Maddalena, ma non hai permesso di avvicinarsi a colei che apparteneva ancora alla stirpe di Eva. Rivelati anche a me l’ottavo giorno nell’ultima e grande alba; ed in quel momento permetti alla mia anima indegna di avvicinarsi a te.

 

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Passa Parola

22/04/2019: Avere coraggio nel fare il primo passo.

Un altro passo dell’arte di amare, forse il più impegnativo di tutti, che mette alla prova la sua autenticità e la sua purezza, domanda di amare per primi, prendendo sempre l’iniziativa, senza aspettare che l’altro faccia il primo passo. Questo modo di amare ci espone in prima persona, ma, se vogliamo amare a immagine di Dio, e sviluppare questa capacità di amore che Dio ha messo nei nostri cuori, dobbiamo fare come Lui, che non ha aspettato di essere amato da noi, ma ci ha dimostrato da sempre e in mille modi che Egli ci ama per primo, qualunque sia la nostra risposta. Siamo stati creati in dono gli uni per gli altri e realizziamo questo nostro essere impegnandoci per i nostri fratelli e sorelle con quell’amore che viene prima di ogni gesto di amore dell’altro.

(Fonte: L’Arte di Amare – Chiara Lubich – Ed. Città Nuova)

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Esortazione apostolica Amoris Laetitia

“Il sentimento di essere orfani che sperimentano oggi molti bambini e giovani è più profondo di quanto pensiamo. Oggi riconosciamo come pienamente legittimo, e anche auspicabile, che le donne vogliano studiare, lavorare, sviluppare le proprie capacità e avere obiettivi personali. Ma nello stesso tempo non possiamo ignorare la necessità che hanno i bambini della presenza materna, specialmente nei primi mesi di vita. La realtà è che «la donna sta davanti all’uomo come madre, soggetto della nuova vita umana che in essa è concepita e si sviluppa, e da essa nasce al mondo». Il diminuire della presenza materna con le sue qualità femminili costituisce un rischio grave per la nostra terra. Apprezzo il femminismo quando non pretende l’uniformità né la negazione della maternità. Perché la grandezza della donna implica tutti i diritti che derivano dalla sua inalienabile dignità umana, ma anche dal suo genio femminile, indispensabile per la società. Le sue capacità specificamente femminili – in particolare la maternità – le conferiscono anche dei doveri, perché il suo essere donna comporta anche una missione peculiare su questa terra, che la società deve proteggere e preservare per il bene di tutti.

(Papa Francesco Amoris Laetitia 173)
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Lectio Divina Carmelitana:

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22 aprile 2019 – LUNEDÌ FRA L’OTTAVA DI PASQUA

 

DALLA PAROLA DEL GIORNO

“In quel tempo, abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli. Ed ecco, Gesù venne loro incontro e disse: «Salute a voi!». Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono. Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno».

Mt 28,8-15

 

Come vivere questa Parola?

A partire dalla resurrezione di Gesù il corso della storia è cambiato. C’è chi si accontenta di richiudere la pietra del sepolcro illudendosi che tutto venga dimenticato, le costruzioni ideologiche dell’uomo vorrebbero sovrapporsi alla realtà dei fatti ed imbrigliare le opinioni delle masse secondo il loro tornaconto. Ma fuori dell’astrazione dei libri e degli interpreti, all’opposto di chi vorrebbe regolamentare il corso delle cose con la potenza del denaro, esiste la vita vera e concreta, per chiunque ha il coraggio di guardarla rinunciando ad ogni finzione. È qui che è possibile incontrare il Signore in carne ed ossa, quando mostra una verità che è presenza e vita, quando ama incontrare gli ultimi, confidare i suoi segreti a quelle donne che avevano poche probabilità di essere credute. Un Signore che ama calpestare le strade della quotidianità spesso polverosa e difficile, ma che ci ricorda chi siamo. È questa storia, la nostra storia, che determina il mondo: tutto oggi è affidato alla mia scelta.

Il “Salute a voi!” che Gesù risorto rivolge alle donne è un verbo di gioia. Oggi desidero ricordare alla mia vita che la misura del mio essere cristiano è proporzionata alla gioia che provo nel cuore, e alla cura che ho nel coltivarla e farla crescere.

 

La voce di un Papa

“La realtà è superiore all’idea”.

Papa Francesco

Commento di don Enrico Emili

enricoemili@tiscali.it

 

Casa di Preghiera San Biagio www.sanbiagio.org  info@sanbiagio.org

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L’argomento di oggi

 

I DUE POLI

È la malattia che rende piacevole e buona la salute, la fame l’appetito, la stanchezza il riposo.

Eraclito

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Come nell’elettricità il polo negativo e il positivo sono necessari perché scocchi la scintilla e la luce, così la nostra vita è un ininterrotto oscillare fra estremi, ed è questo a rendere l’esistenza autentica. Non per nulla – tanto per fare un esempio forse banale – si anela alla pensione per l’intero arco lavorativo e poi, quando arrivano quei giorni così spogli e monotoni, si prova nostalgia per il passato che era fatto di stanchezza e riposo alternati. È ciò che osserva, con l’incisività del frammento, l’antico filosofo greco Eraclito (VI-V secolo a.C.) che vedeva la vita come un flusso tra positivo e negativo che spingono in avanti la creatura umana e l’essere.

Una serie monocorde di giorni sarebbe solo apparentemente tranquilla e serena. Alla fine risulterebbe incolore e noiosa. Vivere è, allora, saper dare il giusto rilievo al mutare delle situazioni, anzi, in qualche caso è premere perché il cambiamento avvenga. Dopo tutto, la stessa conversione è un trapasso dal male al bene; l’essere caduti nel peccato non è solo un’esperienza nefasta, può essere perfino una base di risalita, una vicenda che plasma, un errore che ammonisce e trasforma (sant’Agostino insegna). Ecco perché dobbiamo essere grati a Dio che non ci immerge in un’esistenza pennellata solo di grigio, ma che ci fa provare anche il gusto acre del dolore per farci poi gioire nella felicità con intensità. I due poli tra i quali corrono ininterrottamente le tappe della nostra vita sono entrambi necessari e preziosi.

(Testo tratto da: G. Ravasi, Breviario laico, Mondadori)

RECUPERA LA RIFLESSIONE DI IERI!

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“Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri” (Gv 13,14).

L’evangelista Giovanni, nel ricordare le ultime ore trascorse con Gesù prima della Sua morte, mette al centro la lavanda dei piedi. Nell’antico Oriente, era un segno di accoglienza verso l’ospite, arrivato attraverso strade polverose, di solito compiuto da un servo.

Proprio per questo, in un primo momento i discepoli si rifiutano di accettare questo gesto dal loro Maestro, ma poi Egli alla fine spiega:

“Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri”.

Rallegriamoci per la nuova vita di oggi

Buona Domenica di Pasqua

«Allora entrò anche l’altro discepolo,

che era giunto per primo al sepolcro,

e vide e credette»

Gv 20, 8

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MESE di APRILE

dedicato alla

DIVINA MISERICORDIA

FESTA DELLA DIVINA MISERICODIA

https://www.preghiereperlafamiglia.it/APRILE.htm

21 APRILE

SAN CORRADO DA PARZHAM

Venushof, Parzham, 22 dicembre 1818 – Altötting (Bassa Baviera), 21 aprile 1894

Nacque a Venushof in Parzham il 22 dicembre 1818 da una famiglia di ricchi contadini dalla spiccata devozione. Penultimo di dodici fratelli, rimase orfano a 16 anni. Da subito si dedicò alla vita spirituale secondo la tradizione cattolica bavarese frequentando assiduamente la celebrazione eucaristica quotidiana. Ma coltivò nella sua vita anche tutte le forme della più autentica pietà popolare della sua regione, la Baviera. Conosciamo poco dell’infanzia ma sappiamo per certo che a 19 anni tentò, senza esito, di studiare nel ginnasio dei benedettini di Metten a Deggendorf. Era il 1841, invece, quando professò la regola del Terz’Ordine francescano e nel 1849 entrò tra i cappuccini di Altötting come terziario. Durante il noviziato a Laufen fu incaricato di aiutare l’ortolano e il giardiniere del convento. Il 4 ottobre 1852 emetteva la professione solenne e fu rimandato ad Altötting con l’ufficio di portinaio del convento di Sant’Anna, che ora è dedicato allo stesso san Corrado, dove rimase fino alla morte, avvenuta il 21 aprile 1894. (Avvenire)

https://www.preghiereperlafamiglia.it/san-corrado-da-parzham.htm

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Domenica di Pasqua 21 Aprile 2019

Domenica di Pasqua : Risurrezione del Signore

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 20,1-9

Nel giorno dopo il sabato, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand’era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro.
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».
Uscì allora Simon Pietro insieme all’altro discepolo, e si recarono al sepolcro.
Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro.
Chinatosi, vide le bende per terra, ma non entrò.
Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra,
e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte.
Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette.
Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti.

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Commento del giorno:

Omelia attribuita a San Giovanni Crisostomo (ca 345-407)

vescovo d’Antiochia poi di Costantinopoli, dottore della Chiesa

SC 187, 321

Giorno della risurrezione, giorno della nostra gioia

“Questo è il giorno fatto dal Signore: rallegriamoci ed esultiamo in esso!” (Sal 117,24). Perché? Perché il sole non è più oscurato ma tutto illumina; il velo del Tempio non è più squarciato, ma la Chiesa viene rivelata; non teniamo più rami di palme in mano, ma attorniamo i nuovi battezzati. “Questo è il giorno fatto dal Signore”… Ecco il giorno nel senso proprio, il giorno trionfale, il giorno consacrato a celebrare la risurrezione, il giorno in cui ci adorniamo di grazia, il giorno in cui condividiamo l’Agnello spirituale, il giorno in cui abbeveriamo di latte coloro che sono appena nati, il giorno in cui si realizza il disegno della Provvidenza in favore dei poveri. “Rallegriamoci ed esultiamo in esso!” … Ecco il giorno in cui Adamo è stato liberato, in cui Eva è stata affrancata dalla sua pena, in cui la terribile morte ha tremato, in cui la potenza delle pietre è stata frantumata, in cui i catenacci delle tombe sono stati strappati…, in cui le leggi immutabili delle potenze degli inferi sono state abrogate, in cui il cielo si è aperto quando Cristo, nostro Maestro, è risuscitato. Ecco il giorno in cui, per il bene degli uomini, la pianta verdeggiante e fertile della risurrezione ha moltiplicato i suoi polloni nell’universo intero come in un giardino, in cui i gigli dei nuovi battezzati sono sbocciati…, in cui le folle dei credenti si rallegrano, in cui le corone dei martiri rinverdiscono. “Questo è il giorno fatto dal Signore: rallegriamoci ed esultiamo in esso!”

 

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Passa Parola

21/04/2019: Rallegriamoci per la nuova vita di oggi.

«[…] c’è una ragione perché, nonostante tutte le difficoltà, noi dobbiamo essere sempre nella gioia. È la vita cristiana presa sul serio che porta a questo. Per essa Gesù vive con pienezza dentro di noi e con lui non possiamo non essere nella gioia. È lui la sorgente della vera gioia, perché dà senso alla nostra vita, ci guida con la sua luce, ci libera da ogni timore sia per quanto riguarda il passato come per quanto ancora ci attende, ci dà la forza per superare tutte le difficoltà, tentazioni e prove che possiamo incontrare». La gioia del cristiano non è il semplice ottimismo, o la sicurezza del benessere materiale, o l’allegria di chi è giovane e in buona salute. È piuttosto frutto dell’incontro personale con Dio nel profondo del cuore.[…]

(Fonte: Commento alla Parola di Vita: Siate sempre lieti nel Signore – Letizia Magri)

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Esortazione apostolica Amoris Laetitia

“«I bambini, appena nati, incominciano a ricevere in dono, insieme col nutrimento e le cure, la conferma delle qualità spirituali dell’amore. Gli atti dell’amore passano attraverso il dono del nome personale, la condivisione del linguaggio, le intenzioni degli sguardi, le illuminazioni dei sorrisi. Imparano così che la bellezza del legame fra gli esseri umani punta alla nostra anima, cerca la nostra libertà, accetta la diversità dell’altro, lo riconosce e lo rispetta come interlocutore. […] E questo è amore, che porta una scintilla di quello di Dio!». Ogni bambino ha il diritto di ricevere l’amore di una madre e di un padre, entrambi necessari per la sua maturazione integra e armoniosa. Come hanno affermato i Vescovi dell’Australia, entrambi «contribuiscono, ciascuno in una maniera diversa, alla crescita di un bambino. Rispettare la dignità di un bambino significa affermare la sua necessità e il suo diritto naturale ad avere una madre e un padre». Non si tratta solo dell’amore del padre e della madre presi separatamente, ma anche dell’amore tra di loro, percepito come fonte della propria esistenza, come nido che accoglie e come fondamento della famiglia. Diversamente, il figlio sembra ridursi ad un possesso capriccioso. Entrambi, uomo e donna, padre e madre, sono «cooperatori dell’amore di Dio Creatore e quasi suoi interpreti». Mostrano ai loro figli il volto materno e il volto paterno del Signore. Inoltre essi insieme insegnano il valore della reciprocità, dell’incontro tra differenti, dove ciascuno apporta la sua propria identità e sa anche ricevere dall’altro. Se per qualche ragione inevitabile manca uno dei due, è importante cercare qualche maniera per compensarlo, per favorire l’adeguata maturazione del figlio.”

(Papa Francesco Amoris Laetitia 172)
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Lectio Divina Carmelitana:

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21 aprile 2019 – RISURREZIONE DEL SIGNORE

DALLA PAROLA DEL GIORNO
“Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.
Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.
Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.”
 Gv 20,1-9

Come vivere questa Parola?
Nella nostra filosofia pratica del quotidiano poniamo l’evidenza a conclusione di qualsiasi argomento: con ottimismo mettiamo in atto una certa fiducia nei confronti di un bene da ottenere, e una volta che lo abbiamo sotto gli occhi lo diamo per conquistato. L’evangelista Giovanni non cessa di sorprenderci adottando la dinamica opposta: il discepolo che Gesù amava “vide e credette”. Ecco che la fede è la virtù somma che viene auspicata per ognuno che si metta in cammino verso Dio, è il coronamento delle aspettative di chi ha il coraggio di entrare senza paura nei sepolcri della propria interiorità. È quanto fece ad esempio il monaco Antonio, che trascorse parte della sua esperienza di ascesi soggiornando tra le tombe degli Egizi, per affrontare a sconfiggere quella ancestrale paura che – familiare e spesso inconfessata per tanti di noi – agitava di spettri la sua mente. La fede è la facoltà che riempie l’uomo di immortalità e che evidenzia la sua chiamata a sopravvivere alla morte, per vivere senza fine in Dio.

In Dio la mia vita è sin da ora perfettamente compiuta, perché il nemico di sempre – la morte – è sconfitto una volta per tutte. Oggi prego in particolare perché la fede che ho ricevuto in dono diventi in me sempre più consapevole, un “sesto senso” di cui ho cognizione e faccio esperienza, e determini l’atteggiamento di fondo nell’affrontare le varie situazioni, fino a che il camminare incerto ceda il posto all’entusiasmo del correre.

 

La voce di un Teologo
“L’uomo non raggiunge veramente se stesso tramite ciò che fa, bensì tramite ciò che riceve. Egli è tenuto ad attendere il dono dell’amore, e non può accogliere l’amore che sotto forma di gratuita elargizione”
Ratzinger

Commento di don Enrico Emili
enricoemili@tiscali.it

 

Casa di Preghiera San Biagio www.sanbiagio.org  info@sanbiagio.org

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L’argomento di oggi

 

LO «SVEGLIATORE» NOTTURNO

In un mondo dove tutti pensano soltanto a mangiare e a far quattrini, a divertirsi e a comandare, è necessario che vi sia ogni tanto uno che rinfreschi la visione delle cose, che faccia sentire lo straordinario nelle cose ordinarie, il mistero nella banalità, la bellezza nella spazzatura…. È necessario uno svegliatore notturno, …che smantelli per dar posto alla luce.

Giovanni Papini

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Il grande scrittore argentino Jorge Luis Borges un giorno confessò il suo amore per Giovanni Papini «immeritatamente dimenticato». Effettivamente, superando la scorza della sua enfasi veemente e del suo sdegno permanente, la voce di questo autore fiorentino meriterebbe di risuonare nei nostri giorni così grigi e annoiati, nei quali domina la tetrade da lui evocata: «mangiare, far quattrini, divertirsi, comandare». Ho attinto la citazione a quella sorta di autobiografia o diario esistenziale che è Un uomo finito (1913) e da quel testo che non richiede commenti vorrei solo estrarre un’immagine suggestiva e incisiva, quella dello «svegliatore notturno».

E significativo che sia Cristo sia Paolo usino la sostanza di questo simbolo: «Vegliate, state svegli… È tempo di svegliarvi dal sonno… La notte è avanzata, il giorno è vicino… Indossiamo le armi della luce!». Il torpore, la sazietà, l’indifferenza, la superficialità, che si distendono come una coltre nebbiosa o come un sudario di morte sulla società contemporanea, devono essere squarciati dalla voce forte dello «svegliatore» che inquieti le coscienze, che susciti le domande di senso e che – come dice Papini in modo efficace e vivido – «faccia sentire lo straordinario nelle cose ordinarie», il mistero e la bellezza che si celano sotto il velo comune della realtà quotidiana.

(Testo tratto da: G. Ravasi, Breviario laico, Mondadori)

RECUPERA LA RIFLESSIONE DI IERI!

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“Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri” (Gv 13,14).

L’evangelista Giovanni, nel ricordare le ultime ore trascorse con Gesù prima della Sua morte, mette al centro la lavanda dei piedi. Nell’antico Oriente, era un segno di accoglienza verso l’ospite, arrivato attraverso strade polverose, di solito compiuto da un servo.

Proprio per questo, in un primo momento i discepoli si rifiutano di accettare questo gesto dal loro Maestro, ma poi Egli alla fine spiega:

“Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri”.

Testimoniare la speranza in ogni prova

Buon sabato Santo

«Perché cercate tra i morti colui che è vivo?»

Lc 24, 5

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MESE di APRILE

dedicato alla

DIVINA MISERICORDIA

FESTA DELLA DIVINA MISERICODIA

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20 APRILE

BEATA CHIARA BOSATTA

Pianello Lario (Como), 27 maggio 1858 – Pianello, 20 aprile 1887

La breve vita di Chiara Bosatta, al secolo Dina, fu segnata dall’incontro con il beato Luigi Guanella. Avvenne quando lei era già avviata alla vita religiosa. Infatti la giovane – nata a Pianello Lario, nel Comasco, nel 1858 – dopo aver lavorato nelle filande della seta era entrata nelle Canossiane, ma era poi tornata a casa. Sull’esempio di una sorella aveva poi aderito alle Pia Unione delle Figlie di Maria, legata al carisma delle Orsoline, prendendo il nome di Chiara. Morto il parroco del paese, che aveva dato vita al sodalizio, subentrò don Guanella, il quale trasformò la Pia Unione in una congregazione, le Figlie di Santa Maria della Provvidenza. Nel 1886 suor Chiara andò a Como per occuparsi di anziane bisognose e giovani operaie. Ammalatasi di tisi, fu riportata a casa, dove morì nel 1887. È venerata insieme a don Guanella nel santuario del Sacro Cuore a Como. È beata dal 1991. (Avvenire)

https://www.preghiereperlafamiglia.it/chiara-bosatta.htm

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Sabato Santo 20 Aprile 2019

Sabato Santo : Veglia Pasquale nella Notte Santa

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Luca 24,1-12

Il primo giorno dopo il sabato, di buon mattino, si recarono alla tomba, portando con sé gli aromi che avevano preparato.
Trovarono la pietra rotolata via dal sepolcro;
ma, entrate, non trovarono il corpo del Signore Gesù.
Mentre erano ancora incerte, ecco due uomini apparire vicino a loro in vesti sfolgoranti.
Essendosi le donne impaurite e avendo chinato il volto a terra, essi dissero loro: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo?
Non è qui, è risuscitato. Ricordatevi come vi parlò quando era ancora in Galilea,
dicendo che bisognava che il Figlio dell’uomo fosse consegnato in mano ai peccatori, che fosse crocifisso e risuscitasse il terzo giorno».
Ed esse si ricordarono delle sue parole.
E, tornate dal sepolcro, annunziarono tutto questo agli Undici e a tutti gli altri.
Erano Maria di Màgdala, Giovanna e Maria di Giacomo. Anche le altre che erano insieme lo raccontarono agli apostoli.
Quelle parole parvero loro come un vaneggiamento e non credettero ad esse.
Pietro tuttavia corse al sepolcro e chinatosi vide solo le bende. E tornò a casa pieno di stupore per l’accaduto.

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Commento del giorno:

Sant’Agostino (354-430)

vescovo d’Ippona (Africa del Nord) e dottore della Chiesa

Discorso 221 sulla Notte Santa; PLS 2,549-522

“Nemmeno le tenebre per te sono oscure, e la notte è chiara come il giorno” (Sal 139,12)

Noi, in questo corpo che si corrompe e che appesantisce l’anima, siccome non possiamo vivere se non recuperiamo le forze col sonno, dobbiamo interrompere la vita con questa immagine della morte, per poter vivere almeno a tratti. E allora chi con castità e innocenza si abitua a far veglie frequenti, senza dubbio si avvicina alla vita degli angeli; contro questo peso di morte, trovano grazia nell’eternità … Ed ora, fratelli, vi proponiamo qualche riflessione perché possiate capire bene la veglia speciale di questa notte… Che Cristo Signore sia risorto dai morti il terzo giorno, nessun cristiano lo mette in dubbio. Il santo Vangelo poi attesta che ciò è avvenuto precisamente in questa notte… Ci sforziamo e, con l’aiuto del Signore, nutriamo la speranza che il nostro sia un passare non dalla luce alle tenebre, ma dalle tenebre alla luce. Dice così anche l’Apostolo: “La notte è avanzata, il giorno è vicino; gettiamo via perciò le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce” (Rm 13,12)… Con questa veglia rievochiamo la notte in cui il Signore è risorto e in cui ha per noi inaugurato quella vita di cui parlavamo poc’anzi, nella quale non c’è affatto morte né sonno alcuno, iniziandola nella sua carne che ha risuscitato dal sonno in modo che ormai non può più morire, ormai il sonno non ha più potere su di lui. Le donne che lo amavano sono venute all’alba a visitarne la tomba; invece di trovare il suo corpo sentirono gli angeli annunciar loro la resurrezione. E’chiaro dunque che è risorto la notte che precedeva quest’alba. Ed egli, la cui risurrezione acclamiamo in una veglia un po’ più prolungata, ci concederà di regnare con lui nella vita che non ha fine. E poi, anche se in queste ore in cui prolunghiamo la nostra veglia, il suo corpo fosse stato ancora nel sepolcro e non fosse ancora risuscitato, vegliando così, non siamo incoerenti neanche in questo caso; egli infatti dormì perché stessimo svegli noi, lui che era morto perché noi vivessimo.

 

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Passa Parola

20/04/2019: Testimoniare la speranza in ogni prova.

[…] Maria ai piedi della croce, nello straziante «stabat» che fa di lei un mare amaro di angoscia, è l’espressione più alta, in umana creatura, dell’eroicità di ogni virtù. Ella è la mansueta per eccellenza, la mite, la povera fino alla perdita del suo Figlio che è Dio, la giusta che non si lamenta d’esser privata di ciò che le appartiene per pura elezione, la pura nel distacco affettivo a tutta prova dal suo Figlio Dio… In Maria Desolata è il trionfo delle virtù della fede e della speranza per la carità che l’accese durante tutta la vita e qui l’infiammò nella partecipazione così viva alla Redenzione. Maria ci insegna nella sua desolazione, che l’ammanta di ogni virtù, a coprirci di umiltà e di pazienza, di prudenza e di perseveranza, di semplicità e di silenzio perché nella notte di noi, dell’umano che è in noi, brilli per il mondo la luce di Dio che abita in noi. Maria addolorata è la Santa per eccellenza, un monumento di santità cui tutti gli uomini che sono e saranno possono guardare per imparare a rivestirsi di quella mortificazione che la Chiesa da secoli insegna e che i santi, con note diverse, hanno in tutti i tempi riecheggiato. […]

(Fonte: Centro Chiara Lubich – La Desolata – da La Dottrina Spirituale, p.183 – 184)

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Esortazione apostolica Amoris Laetitia

“Ad ogni donna in gravidanza desidero chiedere con affetto: abbi cura della tua gioia, che nulla ti tolga la gioia interiore della maternità. Quel bambino merita la tua gioia. Non permettere che le paure, le preoccupazioni, i commenti altrui o i problemi spengano la felicità di essere strumento di Dio per portare al mondo una nuova vita. Occupati di quello che c’è da fare o preparare, ma senza ossessionarti, e loda come Maria: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva» (Lc 1,46-48). Vivi con sereno entusiasmo in mezzo ai tuoi disagi, e prega il Signore che custodisca la tua gioia perché tu possa trasmetterla al tuo bambino.”

(Papa Francesco Amoris Laetitia 171)
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Lectio Divina Carmelitana:

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20 aprile 2019 – SABATO SANTO

 

DALLA PAROLA DEL GIORNO

GIORNO DEL SILENZIO, ANCHE LITURGICO

 

Come vivere questa Parola?

La discesa agli inferi è l’ultima conseguenza dell’incarnazione. Il Figlio prima era in se stesso un Dio semplice, pura immensità. Poi divenne uomo, migliaia di rapporti con gli altri uomini, migliaia di stati, sforzi e iniziative mutevoli e temporali, sperimentò tutto ciò in un destino fugace, in qualcosa senza confini, che era sempre disponibile all’infinità del Padre. Ora gli manca ancora la conoscenza del puro non essere Dio, della pura opposizione a Dio, per così dire della semplice limitatezza nella illimitatezza. Nel mistero del sabato santo s’incontrano i più disparati e opposti misteri e si intrecciano in un modo che non si intuisce mai definitivamente, formando un tessuto unitario che intende mostrarci quanto sia perfetta e totale la redenzione dell’umanità. È il mistero della morte come lo vive il Figlio unito con la divinità della Trinità. È il mistero della comunione del Figlio negli inferi, accompagnato dal Padre e dallo Spirito. È il mistero del peccato umano incorporato al suo aspetto eterno con il mondo dei morti. È il mistero del ritorno del Figlio al Padre secondo questo modo concreto e in nessun altro. È il modo con cui gli uomini assistono alla morte redentiva in una grazia che dona loro la fede, che attende il dono della resurrezione per partecipare alla sua piena vitalità.

Adrienne von Speyr

 

Commento di Sr Silvia Biglietti FMA

silviabiglietti@libero.it

 

Casa di Preghiera San Biagio www.sanbiagio.org  info@sanbiagio.org

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L’argomento di oggi

 

IL BIOLOGO INNAMORATO

Il mondo è troppo complesso e interessante perché un unico modo di conoscerlo possa contenere tutte le risposte.

Stephen J. Gould

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Chi si interessa di scienza sa chi è Stephen J. Gould (1941-2002), biologo e paleontologo americano molto popolare per la sua straordinaria capacità di divulgazione anche su argomenti complessi. Anzi, saprà pure a cosa miri la sua teoria degli «equilibri punteggiati (o intermittenti)». Io, invece, a chi non l’ha mai sentito nominare vorrei proporre questa bella frase, tratta da un suo libro dal titolo ancor più bello, Risplendi grande lucciola. Gould, infatti, ci vuole ricordare che la realtà è così varia e ricca da essere insufficiente una sola strada di conoscenza: all’arroganza dello scienziato, che ritiene come legittima, seria e fondata solo la via da lui imboccata, si oppone proprio la straordinaria capacità che la persona umana possiede di penetrare per altri percorsi la realtà.

È facile pensare alla poesia, all’arte, alla stessa fede, alla mistica: sono canali di conoscenza che rivelano segreti dell’essere e dell’esistere impervi alla mera analisi scientifica. Immaginiamo un biologo che, dopo aver chiuso il laboratorio ove ha studiato l’essere umano coi suoi strumenti sofisticati, provette e microscopi, esce e va a un ricevimento o a un incontro pubblico e là si incontra con una donna di cui s’innamora a prima vista. Ebbene, quando guarderà quel volto, sentirà quella voce, toccherà quel corpo, userà forse solo i criteri della conoscenza biologica o non ricorrerà a un’altra maniera di scoprire quell’insieme di bellezza, di amore, di interiorità che ha di fronte? E non sarà anche questa una «verità», forse più importante di quella scientifica? Non accade così per la poesia, l’arte e la fede?

(Testo tratto da: G. Ravasi, Breviario laico, Mondadori)

RECUPERA LA RIFLESSIONE DI IERI!

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“Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri” (Gv 13,14).

L’evangelista Giovanni, nel ricordare le ultime ore trascorse con Gesù prima della Sua morte, mette al centro la lavanda dei piedi. Nell’antico Oriente, era un segno di accoglienza verso l’ospite, arrivato attraverso strade polverose, di solito compiuto da un servo.

Proprio per questo, in un primo momento i discepoli si rifiutano di accettare questo gesto dal loro Maestro, ma poi Egli alla fine spiega:

“Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri”.

Fare festa ad ogni prossimo che incontriamo

Buon venerdì Santo

«Rimetti la tua spada nel fodero;

non devo forse bere il calice che

il Padre mi ha dato?»

Gv 18, 11

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MESE di APRILE

dedicato alla

DIVINA MISERICORDIA

FESTA DELLA DIVINA MISERICODIA

https://www.preghiereperlafamiglia.it/APRILE.htm

19 APRILE

SANT’ESPEDITO

Tra tutti i componenti del gruppo dei martiri di Melitene del III secolo celebrati il 19 aprile insieme con Ermogene, Espedito solo ha goduto di un culto popolare assai diffuso, anche se soltanto a partire da un’epoca abbastanza recente. Siccome il Martirologio Geronimiano, dal quale dipendono tutti i martirologi che fino al Romano hanno trasmesso il nome di Espedito, indica solo il nome del martire, è assolutamente impossibile avere notizie precise sull’epoca della sua vita e sul suo martirio. Del culto di Espedito si trova traccia in Sicilia dalla metà del XVIII secolo, specialmente a Messina e Acireale, dove nel 1781 il santo fu proclamato patrono secondario della città e veniva venerato come protettore dei mercanti e dei navigatori. L’iconografia tradizionale lo rappresenta vestito da soldato romano mentre tenta di scacciare un corvo, che grida, mentre il santo mostra un orologio che indica hodie. In raffigurazioni più tarde l’orologio viene sostituito dalla croce, che il santo tiene in mano. (Avvenire)

https://www.preghiereperlafamiglia.it/sant-espedito.htm

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Venerdì Santo 19 Aprile 2019

Venerdì Santo ‘In Passione Domini’

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 18,1-40.19,1-42

In quel tempo, Gesù uscì con i suoi discepoli e andò di là dal torrente Cèdron, dove c’era un giardino nel quale entrò con i suoi discepoli.
Anche Giuda, il traditore, conosceva quel posto, perché Gesù vi si ritirava spesso con i suoi discepoli.
Giuda dunque, preso un distaccamento di soldati e delle guardie fornite dai sommi sacerdoti e dai farisei, si recò là con lanterne, torce e armi.
Gesù allora, conoscendo tutto quello che gli doveva accadere, si fece innanzi e disse loro: «Chi cercate?».
Gli risposero: «Gesù, il Nazareno». Disse loro Gesù: «Sono io!». Vi era là con loro anche Giuda, il traditore.
Appena disse «Sono io», indietreggiarono e caddero a terra.
Domandò loro di nuovo: «Chi cercate?». Risposero: «Gesù, il Nazareno».
Gesù replicò: «Vi ho detto che sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano». (…)

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Commento del giorno:

Sant’Agostino (354-430)

vescovo d’Ippona (Africa del Nord) e dottore della Chiesa

Omelie sul Vangelo di San Giovanni, n. 2

“Allora il centurione che gli stava di fronte, vistolo spirare in quel modo, disse: ‘Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!'”

“In principio era il Verbo, la Parola di Dio” (Gv 1,1). Egli è identico a se stesso; ciò che è lo è sempre; non può mutare, è l’essere. E’ il nome che fece conoscere al suo servo Mosè: “Io sono colui che sono!” e “Dirai agli Israeliti: Io-Sono mi ha mandato a voi” (Es 3,14) … Chi può capirlo? O chi potrà arrivare a lui – a supporre che dirige tutte le forze del suo spirito per raggiungere bene o male colui che è? Lo paragonerei ad un esiliato, che vede la patria da lontano: il mare lo separa; vede dove andare, ma non ha i mezzi per andarci. Così noi vogliamo arrivare al porto definitivo che sarà nostro, là dove è colui che è, poiché lui solo è sempre lo stesso, ma l’oceano del mondo ci taglia la strada… Per darci il mezzo di andarci, colui che ci chiama è venuto da là; ha scelto un legno per farci attraversare il mare: sì, nulla può attraversare l’oceano di questo mondo che portato dalla croce di Cristo. Persino un cieco può abbracciare questa croce; se non vedi bene dove vai, non lasciarla: ti condurrà lei stessa. ecco, fratello miei, ciò che vorrei entrasse nel vostro cuore: se volete vivere nello spirito di pietà, lo spirito cristiano, attaccatevi a Cristo come si è fatto per noi, per raggiungerlo come è e come è sempre stato. Per questo è disceso fino a noi, poiché si è fatto uomo per portare gli infermi, far loro attraversare il mare e farli approdare in patria, dove non c’è più bisogno di barca perché non c’è più oceano da attraversare. Meglio sarebbe non vedere con lo spirito colui che è, ma abbracciare la croce di Cristo, piuttosto che vederlo in spirito e disprezzare la croce. Potessimo, per nostra fortuna, sia vedere dove andiamo e aggrapparci alla barca che ci porta…! Certi ci sono riusciti, ed hanno visto chi egli è. Perché l’ha visto Giovanni ha detto: “In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio”. L’hanno visto; e per arrivare a quanto vedevano da lontano, si sono attaccati alla croce di Cristo, non hanno disprezzato l’umiltà di Cristo.

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Passa Parola

19/04/2019: Fare festa ad ogni prossimo che incontriamo.

Ogni prossimo, che incontriamo nella giornata, amiamolo così. Immaginiamo di essere nella sua situazione e trattiamolo come vorremmo essere trattati al suo posto. La voce di Dio che abita dentro di noi ci suggerirà l’espressione d’amore adatta alla circostanza.

Lui ha fame? Ho fame io – pensiamo. E diamogli da mangiare. Subisce ingiustizia? Sono io che la subisco! E’ nel buio e nel dubbio? Lo sono anche io. E diciamogli parole di conforto e condividiamo le sue pene e non diamoci pace finché non sarà illuminato e sollevato. Noi vorremmo essere trattati così. […]

(Fonte: Centro Chiara Lubich – Commento alla Parola di Vita: Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la legge e i profeti – Chiara Lubich)

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Esortazione apostolica Amoris Laetitia

“La gravidanza è un periodo difficile, ma anche un tempo meraviglioso. La madre collabora con Dio perché si produca il miracolo di una nuova vita. La maternità proviene da una «particolare potenzialità dell’organismo femminile, che con peculiarità creatrice serve al concepimento e alla generazione dell’essere umano». Ogni donna partecipa «del mistero della creazione, che si rinnova nella generazione umana». Come dice il Salmo: «Mi hai tessuto nel grembo di mia madre» (139,13). Ogni bambino che si forma all’interno di sua madre è un progetto eterno di Dio Padre e del suo amore eterno: «Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto, prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato» (Ger 1,5). Ogni bambino sta da sempre nel cuore di Dio, e nel momento in cui viene concepito si compie il sogno eterno del Creatore. Pensiamo quanto vale l’embrione dall’istante in cui è concepito! Bisogna guardarlo con lo stesso sguardo d’amore del Padre, che vede oltre ogni apparenza.”

(Papa Francesco Amoris Laetitia 168)
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Lectio Divina Carmelitana:

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19 aprile 2019 – VENERDI SANTO – PASSIONE DEL SIGNORE

 

DALLA PAROLA DEL GIORNO

«Dopo questo, Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto, affinché si compisse la Scrittura, disse: «Ho sete». Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna, imbevuta di aceto, in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: «È compiuto!». E, chinato il capo, consegnò lo spirito»

Gv, 28-30

 

Come vivere questa Parola?

Oggi la morte di Gesù pervade l’universo. Il memoriale della sua passione raccoglie tutte le passioni, tutto il dolore del mondo e lo porta sulla croce. Un crocifisso, mille crocifissi.

Gesù muore in piena consapevolezza dell’ingiustizia della sua morte, ma aveva scelto di non resistergli; sa di aver scelto il “basso” per arrivare al cuore dell’uomo e l’unico innalzamento concessogli è stato quello sulla croce. Sa che lo scherno e le derisioni subite non si fermeranno e sarà difficile credergli. La sua morte non è gloriosa, edificante. Ma la sua morte è per tutti, in nome di tutti i crocifissi, lui muore con loro, per loro, al loro posto. Gesù obbediente, fino alla morte e alla morte di croce…

La Trinità prende forma sulla croce. L’incarnazione ha reso visibile l’uomo Gesù, il Padre e la sua voce si fanno riconoscere, lo Spirito finalmente si diffonde sull’umanità, entra in loro e manterrà viva le presenza divina in tutti gli uomini, realizzando così la loro nuova creazione.

Signore, aumenta il nostro amore alla tua Parola. Rendici confidenti con essa, e fa che sia quotidiano il nostro rapporto con la Parola, studiata, amata, meditata, pregata.

 

La voce di una mistica

“Tuo Figlio, Padre, dopo essere morto in croce, ha accettato anche di essere inviato all’inferno, nella landa più abbandonata e desolata in cui mai nessun vivente ha posto piede. Egli lo ha fatto per prendere parte più pienamente a tutti i tuoi misteri, per mostrarti che non è mai stanco del tuo servizio e non è mai sazio del suo amore per te. Con questo sovrappiù della discesa all’inferno è andato oltre il di più della croce.”

Adrienne von Speyr

Commento di Sr Silvia Biglietti FMA

silviabiglietti@libero.it

 

Casa di Preghiera San Biagio www.sanbiagio.org  info@sanbiagio.org

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L’argomento di oggi

 

ALZA LA TESTA!

Svegliati, lettore, svegliati! Alza la testa dalla tua scrivania, dalle scartoffie, dal computer, dalle presse, dalle merci della tua bottega. Spegni l’assordante fracasso dei televisori… E ascolta le parole di un antico ribelle: «Il mio animo va sempre più fremendo quando penso al genere di vita che ci aspetta se non ci rivendichiamo da noi la libertà».

Massimo Fini

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L’ira, come si sa, è un vizio capitale. Ma lo sdegno è una virtù, tant’è vero che Cristo stesso non esita a impugnare la frusta di cordicelle contro i mercanti nel tempio e quella fatta di parole nelle sue denunce contro le ingiustizie e le ipocrisie (si legga il capitolo 23 del Vangelo di Matteo). La capacità di indignarci viene risvegliata da queste parole di un giornalista e scrittore che può essere discusso nelle sue accuse, ma al quale non si possono negare passione e sincerità. Parlo di Massimo Fini, dalla cui raccolta di articoli intitolata Senz’anima ho tratto lo spunto per una riflessione semplice e necessaria.

L’«antico ribelle» a cui egli rimanda è il protagonista della Congiura di Catilina dello scrittore latino Sallustio. Siamo nel I secolo a.C. e la prosa tagliente e scultorea mette in guardia contro l’appiattimento dell’opinione pubblica che si adatta a un consenso becero, senza coscienza e critica. Le teste diventano simili a giunchi che si curvano al passaggio del vento della propaganda e al predominio del potere pronto a diffondere i suoi luoghi comuni e i suoi messaggi espliciti o subliminali. Ha ragione Fini: bisogna alzare la testa dal proprio interesse immediato, snebbiare la mente dalla chiacchiera televisiva, liberare l’anima dalle banalità che la narcotizzano e ritrovare la coscienza, il pensiero serio e fondato, la morale coerente. Scrive ancora il giornalista: «Più dell’orrore mi fa orrore il nulla».

(Testo tratto da: G. Ravasi, Breviario laico, Mondadori)

RECUPERA LA RIFLESSIONE DI IERI!

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“Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri” (Gv 13,14).

L’evangelista Giovanni, nel ricordare le ultime ore trascorse con Gesù prima della Sua morte, mette al centro la lavanda dei piedi. Nell’antico Oriente, era un segno di accoglienza verso l’ospite, arrivato attraverso strade polverose, di solito compiuto da un servo.

Proprio per questo, in un primo momento i discepoli si rifiutano di accettare questo gesto dal loro Maestro, ma poi Egli alla fine spiega:

“Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri”.

Essere generosi nel dare

Buon giovedì Santo

«Vi ho dato infatti l’esempio,

perché come ho fatto io,

facciate anche voi»

Gv 13, 15

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MESE di APRILE

dedicato alla

DIVINA MISERICORDIA

FESTA DELLA DIVINA MISERICODIA

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18 APRILE

BEATA SAVINA PETRILLI

Siena, 29 agosto 1851 – 18 aprile 1923

Nata a Siena il 29 agosto 1851, Savina a 15 anni entra nella Congregazione delle Figlie di Maria. Il 15 agosto 1873, con 5 compagne emette i voti di castità, povertà e obbedienza alla presenza dell’arcivescovo Enrico Bondi che concede il permesso di iniziare un’opera a beneficio dei poveri. La nuova famiglia religiosa prende il nome di Congregazione sorelle dei poveri di santa Caterina da Siena. Nel 1881 nasce la prima fondazione a Onano (Viterbo) e, nel 1903, la prima missione in Brasile, a Belem. Madre Savina muore il 18 aprile 1923 ed è stata proclamata beata da Giovanni Paolo II il 24 aprile 1988. La congregazione da lei fondata ha più di 25 case in Italia e opere in Brasile, Argentina, India, Stati Uniti, Filippine e Paraguay.

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Giovedì Santo 18 Aprile 2019

Giovedì Santo, Messa vespertina ‘In Cena Domini’

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 13,1-15

Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine.
Mentre cenavano, quando gia il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo,
Gesù sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava,
si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita.
Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugatoio di cui si era cinto.
Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?».
Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo».
Gli disse Simon Pietro: «Non mi laverai mai i piedi!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me».
Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo!».
Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto mondo; e voi siete mondi, ma non tutti».
Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete mondi».
Quando dunque ebbe lavato loro i piedi e riprese le vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Sapete ciò che vi ho fatto?
Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono.
Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri.
Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi».

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Commento del giorno:

San Giovanni Climaco (ca 575-ca 650)

monaco nel Monte Sinai

La Scala santa; 30,6-9.22.16

La carità, il nome stesso di Dio

Dio è amore (1 Gv 4,8). E chi volesse definirlo sarebbe come un cieco che vuol contare i granelli della sabbia dl mare. La carità, quanto alla natura, ha somiglianza con Dio, per quanto è possibile ai mortali di assomigliargli; quanto all’attività, è l’ebbrezza dell’anima; quanto alla virtù propria, è la sorgente della fede, un abisso di pazienza, un oceano di umiltà. La carità è prima di tutto il rifiuto di ogni pensiero d’inimicizia, poiché la carità non pensa il male. La carità, l’impassibilità e l’adozione filiale non si distinguono che per il nome. Come la luce, il fuoco e la fiamma concorrono ad un unico effetto, così è per queste tre realtà. Chi ha unito perfettamente la sua sensibilità a Dio è iniziato da lui al mistero delle sue parole; ma senza questa unione, è difficile parlare di Dio. Se il volto di un essere amato produce in tutto il nostro essere una cambiamento visibile e ci rende felici, contenti e spensierati, cosa non farà il volto di nostro Signore in un’anima pura quando verrà a stabilirvisi?!

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Passa Parola

18/04/2019: Essere generosi nel dare.

[…] Per entrare nella gioia dell’amore, siamo chiamati anche ad essere generosi, a non accontentarci di dare il minimo, ma ad impegnarci a fondo nella vita, con un’attenzione particolare per i più bisognosi. Il mondo ha necessità di uomini e donne competenti e generosi, che si mettano al servizio del bene comune. Impegnatevi a studiare con serietà; coltivate i vostri talenti e metteteli fin d’ora al servizio del prossimo. Cercate il modo di contribuire a rendere la società più giusta e umana, là dove vi trovate. Che tutta la vostra vita sia guidata dallo spirito di servizio, e non dalla ricerca del potere, del successo materiale e del denaro. […]

(Fonte: XXVII Giornata Mondiale della Gioventù 2012. ​«Siate sempre lieti nel Signore» – martedì 27 marzo 2012 – Papa Benedetto XVI)

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Esortazione apostolica Amoris Laetitia

“Le famiglie numerose sono una gioia per la Chiesa. In esse l’amore esprime la sua fecondità generosa. Questo non implica dimenticare una sana avvertenza di san Giovanni Paolo II, quando spiegava che la paternità responsabile non è «procreazione illimitata o mancanza di consapevolezza circa il significato di allevare figli, ma piuttosto la possibilità data alle coppie di utilizzare la loro inviolabile libertà saggiamente e responsabilmente, tenendo presente le realtà sociali e demografiche così come la propria situazione e i legittimi desideri».”

(Papa Francesco Amoris Laetitia 167)
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Lectio Divina Carmelitana:

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18 aprile 2019 – GIOVEDI SANTO – MESSA IN COENA DOMINI

 

DALLA PAROLA DEL GIORNO

 «Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto»

Gv 13, 3-4

 

Come vivere questa Parola?

Giovanni racconta in modo diffuso e ben pensato la moltiplicazione dei pani, ma non racconta l’ultima cena. O meglio, dell’ultima cena non enfatizza il rito della Pasqua ebraica infranto con quello della nuova Pasqua. Ma ricorda un gesto insolito: Gesù che prende un catino, dell’acqua, si mette un grembiule e lava i piedi ai presenti. Gesto imbarazzante per chi lo fa e, in questo caso anche per chi lo riceve. Farsi lavare i piedi da uno importante e amato come Gesù fa reagire e Pietro ne è la prova. Prova della fatica che è accogliere un dono, lasciarsi andare alla generosità dell’altro, senza approfittarne. Dimensioni quelle del dono e della gratuità che stentano a diventare umane in noi. Eppure la passione, la morte e la resurrezione di Gesù, non insegnano altro.

Signore, un unico movimento di amore tra te e il prossimo dà senso alla nostra vita. Fa che non lo attentiamo, sterilizziamo, vanifichiamo. Aiutaci ad amare, senza riserve, come te.

 

La voce di una scrittrice

“Pasqua era giunta, la festa della luce e della liberazione per tutta la natura! L’inverno aveva dato il suo addio, ravvolto in un fosco velo di nebbie, e sopra le turgide nuvole in corsa s’avvicinava ora la primavera. Aveva spedito innanzi i suoi messaggeri di tempesta per destare la terra dal lungo sonno, ed essi fremevano su boschi e piani, battevan le ali sulle cime possenti dell’alpe e sconvolgevano il mare dal profondo. Era nell’aria come un lottare e un muggire selvaggio, e ne usciva tuttavia quasi un grido di vittoria: ché tra le burrasche di primavera, frementi di vita, s’annunciava la resurrezione.”

Elisabeth Bürstenbinder

 

Commento di Sr Silvia Biglietti FMA

silviabiglietti@libero.it

 

Casa di Preghiera San Biagio www.sanbiagio.org  info@sanbiagio.org

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L’argomento di oggi

 

I LETTI BEN RIFATTI

L’uomo, fin che sta in questo mondo, è un infermo che si trova sur un letto scomodo più o meno, e vede intorno a sé altri letti, ben rifatti al di fuori, piani, a livello: e si figura che ci si deve star benone. Ma se gli riesce di cambiare, appena s’è accomodato nel nuovo, comincia, pigiando, a sentire, qui una lisca che lo punge, lì un bernoccolo che lo preme: siamo, in somma, a un di presso, alla storia di prima.

Alessandro Manzoni

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Avete, certo, tutti indovinato di chi sia questa considerazione: siamo in pratica all’ultima pagina dei Promessi Sposi (cap. 38) e Manzoni, con l’immagine dell’infermo e dei letti, centra due aspetti fondamentali dell’umanità. Da un lato, c’è la fragilità costitutiva e radicale della creatura umana, un «infermo» che percepisce il suo limite, la sua impotenza, la sua realtà vera. D’altro lato, c’è però la sua altrettanto costitutiva e radicale insoddisfazione e scontentezza.

Il desiderio, pur legittimo, di mutare stato si nutre di illusioni e alla fine precipita in delusione. Sboccia, così, la pianta maligna della gelosia e dell’invidia. Un proverbio tedesco dichiara che «la felicità e l’arcobaleno non si vedono mai sulla propria casa, ma solo su quella degli altri». La capacità di accettarsi, il realismo della situazione, la serenità nella semplicità sono merce rara, tant’è vero che la società, anche attraverso la pubblicità, crea continuamente miti, costringendo a rincorrere fantasmi di felicità. Per questo, di fronte alla frustrazione dei sogni, si piomba nel pessimismo, nello scoraggiamento e persino nella ribellione. Riflettiamo su questa frase dello scrittore tedesco Karl Ludwig Bòrne (1786-1837): «Si è scontenti perché pochi sanno che la distanza tra uno e niente è più grande che tra uno e mille».

(Testo tratto da: G. Ravasi, Breviario laico, Mondadori)

RECUPERA LA RIFLESSIONE DI IERI!

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“Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri” (Gv 13,14).

L’evangelista Giovanni, nel ricordare le ultime ore trascorse con Gesù prima della Sua morte, mette al centro la lavanda dei piedi. Nell’antico Oriente, era un segno di accoglienza verso l’ospite, arrivato attraverso strade polverose, di solito compiuto da un servo.

Proprio per questo, in un primo momento i discepoli si rifiutano di accettare questo gesto dal loro Maestro, ma poi Egli alla fine spiega:

“Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri”.

Ama sinceramente e sarai libero

Buon mercoledì Santo

«Guai a colui dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito;

sarebbe meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!»

Mt 26, 24

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MESE di APRILE

dedicato alla

DIVINA MISERICORDIA

FESTA DELLA DIVINA MISERICODIA

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17 APRILE

BEATA CHIARA GAMBACORTI

Firenze (?), 1362 – Pisa, 17 aprile 1420 

Originaria del potente casato mercantile dei Gambacorti o Gambacorta, che nel Trecento sono diventati per due volte signori in Pisa; nasce nel 1362 forse a Firenze. È conosciuta con il nome di Tora. Già da bambina viene inclusa nei progetti politici e finanziari del padre, che nel 1374 la dà in sposa a un giovane di famiglia importante, Simone Massa. Ma resta vedova tre anni dopo. Dopo aver incontrato a Pisa nel 1375 Caterina da Siena decide di ritirarsi presso le monache Clarisse. Ma non diventerà una di loro, ostacolata dalla famiglia. Entrerà più tardi nel monastero domenicano di Santa Croce, dove prenderà il nome di suor Chiara. Sarà poi madre abbadessa, e farà della sua comunità domenicana un centro di diffusione del movimento riformatore nell’Ordine. I beni dei Gambacorti le servono per farne anche un centro di accoglienza per ogni sorta di poveri. Un giorno battono alla sua porta la moglie e le figlie dell’uomo che ha ucciso suo padre e i suoi fratelli. Troveranno piena accoglienza. Morirà, acclamata santa, nel 1420. Nel 1830, Pio VIII ne ha confermato il culto come beata. (Avvenire)

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Mercoledì Santo 17 Aprile 2019

Mercoledì della Settimana Santa

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Matteo 26,14-25

In quel tempo, uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariota, andò dai sommi sacerdoti
e disse: «Quanto mi volete dare perché io ve lo consegni?». E quelli gli fissarono trenta monete d’argento.
Da quel momento cercava l’occasione propizia per consegnarlo.
Il primo giorno degli Azzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Dove vuoi che ti prepariamo, per mangiare la Pasqua?».
Ed egli rispose: «Andate in città, da un tale, e ditegli: Il Maestro ti manda a dire: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli».
I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua.
Venuta la sera, si mise a mensa con i Dodici.
Mentre mangiavano disse: «In verità io vi dico, uno di voi mi tradirà».
Ed essi, addolorati profondamente, incominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?».
Ed egli rispose: «Colui che ha intinto con me la mano nel piatto, quello mi tradirà.
Il Figlio dell’uomo se ne va, come è scritto di lui, ma guai a colui dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito; sarebbe meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!».
Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli rispose: «Tu l’hai detto».

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Commento del giorno:

Beato John Henry Newman (1801-1890)

Cardinale, fondatore di una comunità religiosa, teologo

Meditazioni e Preghiere, Part III, 2, 2 “Our Lord refuses sympathy”, § 15

“In verità io vi dico, uno di voi mi tradirà”

Quando si è separato da sua madre, Gesù si è scelto degli amici – i dodici apostoli – come per riporre in loro la sua simpatia. Li ha scelti, dice, per essere “non servi, ma amici” (Gv 15,15). Li ha fatti suoi confidenti; ha confidato loro cose che non ha detto ad altri. Era sua volontà mostrare loro un favore speciale, la sua generosità, come un padre verso i figli preferiti. Con quanto ha loro rivelato, li ha colmati più dei re, dei profeti e dei sapienti dell’Antico Testamento. Li ha chiamati “figlioli » (Gv 13,33); per conferire loro i suoi doni, li ha preferiti “ai sapienti e agli intelligenti” di questo mondo (Mt 11,25). Ha manifestato la sua gioia e li ha lodati perché sono rimasti con lui nelle prove (Lc 22,28), e come segno di riconoscenza annuncia loro che siederanno un giorno sui dodici troni per giudicare le dodici tribù d’Israele (v.30). Ha trovato conforto nella loro amicizia quando s’avvicinava la prova suprema. Li ha radunati attorno a sé nell’ultima Cena, come per essere da loro sostenuto in quell’ora solenne. “Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione » (Lc 22,15). C’era dunque tra il Maestro e i discepoli una reciprocità di affetto, una profonda simpatia. Ma faceva parte del suo volere che gli amici l’abbandonassero, lo lasciassero solo – una volontà davvero degna di adorazione. Uno l’ha tradito; un altro l’ha rinnegato; gli altri sono scappati, lasciandolo in mano ai nemici… Era solo quando ha subito la passione. Sì, Gesù onnipotente e beato, ripieno nell’anima della gloria divina, ha voluto sottomettersi ad ogni sofferenza della nostra natura. Come si era rallegrato dell’amicizia dei suoi, così ha accettato la desolazione del loro abbandono. E quando ha voluto, ha scelto di privarsi della luce della presenza di Dio.

 

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Passa Parola

17/04/2019: Ama sinceramente e sarai libero.

[…] La verità fa liberi perché in chi la vive, vive Cristo, l’uomo nuovo, e l’uomo vecchio di conseguenza è morto: non si è schiavi dell’uomo vecchio. Per la Parola, ognuno si sente dunque libero da se stesso. Ma la Parola anche libera anche perché non si è più schiavi dei condizionamenti umani; si ama Cristo in tutti e non ci si aspetta nulla da nessuno.[…]

(Fonte: www.focolare.org -Vivere la Parola cambia la mentalità, rende liberi – 11.11.2008)

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Esortazione apostolica Amoris Laetitia

“La famiglia è l’ambito non solo della generazione, ma anche dell’accoglienza della vita che arriva come dono di Dio. Ogni nuova vita «ci permette di scoprire la dimensione più gratuita dell’amore, che non finisce mai di stupirci. E’ la bellezza di essere amati prima: i figli sono amati prima che arrivino». Questo riflette il primato dell’amore di Dio che prende sempre l’iniziativa, perché i figli «sono amati prima di aver fatto qualsiasi cosa per meritarlo». Tuttavia, «tanti bambini fin dall’inizio sono rifiutati, abbandonati, derubati della loro infanzia e del loro futuro. Qualcuno osa dire, quasi per giustificarsi, che è stato un errore farli venire al mondo. Questo è vergognoso! […] Che ne facciamo delle solenni dichiarazioni dei diritti dell’uomo e dei diritti del bambino, se poi puniamo i bambini per gli errori degli adulti?». Se un bambino viene al mondo in circostanze non desiderate, i genitori o gli altri membri della famiglia, devono fare tutto il possibile per accettarlo come dono di Dio e per assumere la responsabilità di accoglierlo con apertura e affetto. Perché «quando si tratta dei bambini che vengono al mondo, nessun sacrificio degli adulti sarà giudicato troppo costoso o troppo grande, pur di evitare che un bambino pensi di essere uno sbaglio, di non valere niente e di essere abbandonato alle ferite della vita e alla prepotenza degli uomini». Il dono di un nuovo figlio che il Signore affida a papà e mamma ha inizio con l’accoglienza, prosegue con la custodia lungo la vita terrena e ha come destino finale la gioia della vita eterna. Uno sguardo sereno verso il compimento ultimo della persona umana renderà i genitori ancora più consapevoli del prezioso dono loro affidato: ad essi infatti Dio concede di scegliere il nome col quale Egli chiamerà ogni suo figlio per l’eternità.

(Papa Francesco Amoris Laetitia 166)
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Lectio Divina Carmelitana:

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17 aprile 2019 – MERCOLEDÌ DELLA SETTIMANA SANTA

 

DALLA PAROLA DEL GIORNO

«Dove vuoi che prepariamo per te,

perchè tu possa mangiare la Pasqua?»

Mt 26, 17-18

 

Come vivere questa Parola?

Sembra una richiesta premurosa, ma nasconde molta ottusità. Gli apostoli pensano di preparare loro la Pasqua e non hanno la minima idea di che Pasqua stia preparando Gesù a loro. Pensano anche di fare un piacere, un servizio a lui: la pasqua è sua, non è da fare insieme. Come se gli anni passati con lui, non avessero costruito in loro senso di comunità.

Ma quella frase potrebbe rivelare anche altri significati: la Pasqua è solo di Gesù, perchè lui sarà l’agnello immolato. In questo caso gli apostoli stanno inconspevolmente dichiarandosi coloro che vanno a preparare il sacrificio, non solo il rito. Stanno sistemando la vittima. Drammaticamente tutto vero. Inconsapevolezza, incomprensione si mescolano alla delusione, alla sfiducia, alla tristezza e preparano la morte di Gesù. Come se in quei gesti e in quelle emozioni si condensassero i rifiuti, i tradimenti, il peccato di una intera storia!

Tutto, comunque, si sta organizzando perchè la rivelazione finale e completa di Gesù si attui.

Signore, la tua morte sembra la conseguenza del nostro rifiuto. Tu ci hai invitato alla tua Pasqua, ti sei messo a nostro servizio, ci hai lavato i piedi, ci hai apparecchiato la tavola. Così ti sei fatto carico del rifiuto e lo hai trasformato in vita nuova. Una vita che passa attraverso la morte, si lascia uccidere, ma risorge! Per sempre.

 

La voce della Comunità di Taizè

“Signore Gesù Cristo,

la tua luce risplenda dentro di noi.

Non lasciare che i miei dubbi e il mio buio mi parlino.

Signore Gesù Cristo, la tua luce risplenda dentro di noi.

Lascia che il mio cuore accolga sempre il tuo amore.”

 

Commento di Sr Silvia Biglietti FMA

silviabiglietti@libero.it

 

Casa di Preghiera San Biagio www.sanbiagio.org  info@sanbiagio.org

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L’argomento di oggi

 

DIO E IL MALE

Anche gli dei e Buddha sono impotenti davanti alla follia degli uomini, che cercano la sofferenza invece della gioia e continuano a ripetere sempre gli stessi errori.

Akira Kurosawa

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Siamo nel Giappone del Cinquecento e due fratelli, animati da odio smisurato e invincibile, si combattono senza tregua con una sete di vendetta implacabile. È questo il cuore di un grandioso e terribile film, Ran, diretto nel 1985 dal famoso regista giapponese Akira Kurosawa (1910-98), un film che rappresenta impietosamente la follia umana, attingendo quasi alla tragedia greca e al dramma shakespeariano. È dalla sua sceneggiatura che estraiamo la citazione dedicata appunto all’assurdità del comportamento umano, capace di tante crudeltà e generatore di tante infelicità. Nel suo Mistero dei Santi Innocenti il poeta francese Charles Péguy metteva in bocca a Dio questo amaro soliloquio: «Gli uomini preparavano tali orrori e mostruosità che io stesso, Dio, ne fui spaventato. Non ne potevo quasi sopportare l’idea. Ho dovuto perdere la pazienza, eppure io sono paziente perché eterno».

Il flusso delle violenze e delle ingiustizie continua a scorrere per le strade, a coprire le pagine dei giornali, a scivolare lentamente nelle scuole col bullismo, a varcare le soglie dei templi con le persecuzioni religiose, a insinuarsi nelle famiglie e a inquinare le anime. Dio rispetta la libertà umana, pur non abbandonandoci alla nostra degenerazione e non rimanendo indifferente al male che disseminiamo. È, quindi, necessario un appello alla nostra coscienza perché non si lasci catturare dalla spirale dell’odio, perché stia sempre in guardia contro questo virus che, in dosi forse ancor minime, è però insediato anche in chi oggi celebrerà la passione del Signore.

(Testo tratto da: G. Ravasi, Breviario laico, Mondadori)

RECUPERA LA RIFLESSIONE DI IERI!

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“Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri” (Gv 13,14).

L’evangelista Giovanni, nel ricordare le ultime ore trascorse con Gesù prima della Sua morte, mette al centro la lavanda dei piedi. Nell’antico Oriente, era un segno di accoglienza verso l’ospite, arrivato attraverso strade polverose, di solito compiuto da un servo.

Proprio per questo, in un primo momento i discepoli si rifiutano di accettare questo gesto dal loro Maestro, ma poi Egli alla fine spiega:

“Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri”.

Servire il prossimo con dedizione

Buon martedì Santo

«Quello che devi fare fallo al più presto»

Gv 13, 27

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MESE di APRILE

dedicato alla

DIVINA MISERICORDIA

FESTA DELLA DIVINA MISERICODIA

https://www.preghiereperlafamiglia.it/APRILE.htm

16 APRILE

SANTA BERNADETTE SOUBIROUS

https://www.preghiereperlafamiglia.it/santa-bernadette-soubirous.htm

Lourdes, 7 gennaio 1844 – Nevers, 16 aprile 1879

Quando, l’11 febbraio del 1858, la Vergine apparve per la prima volta a Bernadette presso la rupe di Massabielle, sui Pirenei francesi, questa aveva compiuto 14 anni da poco più di un mese. Era nata, infatti, il 7 gennaio 1844. A lei, povera e analfabeta, ma dedita con il cuore al Rosario, appare più volte la «Signora». Nell’apparizione del 25 marzo 1858, la Signora rivela il suo nome: «Io sono l’Immacolata Concezione». Quattro anni prima, Papa Pio IX aveva dichiarato l’Immacolata Concezione di Maria un dogma, ma questo Bernadette non poteva saperlo. La lettera pastorale firmata nel 1862 dal vescovo di Tarbes, dopo un’accurata inchiesta, consacrava per sempre Lourdes alla sua vocazione di santuario mariano internazionale. La sera del 7 Luglio 1866, Bernadette Soubirous decide di rifugiarsi dalla fama a Saint-Gildard, casa madre della Congregazione delle Suore della Carità di Nevers. Ci rimarrà 13 anni. Costretta a letto da asma, tubercolosi, tumore osseo al ginocchio, all’età di 35 anni, Bernadette si spegne il 16 aprile 1879, mercoledì di Pasqua. (Avvenire)

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Martedì Santo 16 Aprile 2019

Martedì della Settimana Santa

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 13,21-33.36-38

In quel tempo, mentre Gesù era a mensa con i suoi discepoli, si commosse profondamente e dichiarò: «In verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà».
I discepoli si guardarono gli uni gli altri, non sapendo di chi parlasse.
Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù.
Simon Pietro gli fece un cenno e gli disse: «Dì, chi è colui a cui si riferisce?».
Ed egli reclinandosi così sul petto di Gesù, gli disse: «Signore, chi è?».
Rispose allora Gesù: «E’ colui per il quale intingerò un boccone e glielo darò». E intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda Iscariota, figlio di Simone.
E allora, dopo quel boccone, satana entrò in lui. Gesù quindi gli disse: «Quello che devi fare fallo al più presto».
Nessuno dei commensali capì perché gli aveva detto questo;
alcuni infatti pensavano che, tenendo Giuda la cassa, Gesù gli avesse detto: «Compra quello che ci occorre per la festa», oppure che dovesse dare qualche cosa ai poveri.
Preso il boccone, egli subito uscì. Ed era notte.
Quando Giuda fu uscito, Gesù disse : «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e anche Dio è stato glorificato in lui.
Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito.
Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete, ma come ho gia detto ai Giudei, lo dico ora anche a voi: dove vado io voi non potete venire.
Simon Pietro gli dice: «Signore, dove vai?». Gli rispose Gesù: «Dove io vado per ora tu non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi».
Pietro disse: «Signore, perché non posso seguirti ora? Darò la mia vita per te!».
Rispose Gesù: «Darai la tua vita per me? In verità, in verità ti dico: non canterà il gallo, prima che tu non m’abbia rinnegato tre volte».

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Commento del giorno:

San Romano il Melode (?-ca 560)

compositore d’inni greco

Inno 34; SC 128, 111

Il tradimento di Pietro

Buon pastore che hai dato la tua vita per le tue pecore (Gv 10,1), affrettati, tu il santo, salva il tuo gregge… Dopo la cena, Cristo disse: “Figlioli, carissimi miei discepoli, questa notte mi rinnegherete tutti e mi sfuggirete” (cfr. Gv 16,32). E, mentre tutti rimanevano stupiti, Pietro esclamò: “Anche se tutti ti rinnegassero, io non ti rinnegherò. Sarò con te; con te darò la mia vita gridandoti: Affrettati, tu il santo, salva il tuo gregge”. “Cosa dici, Maestro? Io rinnegarti? Io abbandonarti e fuggire? E la tua chiamata, e l’onore che mi hai fatto, non me ne ricorderei? Ricordo ancora come mi hai lavato i piedi e tu dici: ‘Mi rinnegherai’? Ti vedo ancora mentre ti avvicini portando il catino, tu che sostieni la terra e porti il cielo. Con queste tue mani con le quali io sono stato plasmato, i miei piedi sono appena stati lavati, e tu dichiari che cadrò e che non ti griderò più: Affrettati, tu il santo, salva il tuo gregge”?… A queste parole, il creatore dell’uomo rispose a Pietro: “Cosa dici Pietro? Non mi rinnegherai? Non mi sfuggirai? Non mi respingerai? Anch’io lo vorrei, ma la tua fede è vacillante e non resisti alle tentazioni. Ricordi come avevi rischiato di annegare se non ti avessi teso la mano? Avresti proprio camminato sul mare, come me, ma subito hai esitato e presto hai ceduto (Mt 14,28). Allora sono accorso a te che gridavi: Affrettati, tu il santo, salva il tuo gregge. “Ecco, fin da ora io ti dico: prima che il gallo canti, mi rinnegherai tre volte e, lasciando che il tuo spirito venga sbattuto da ogni parte e affondi come nei flutti del mare, tre volte mi rinnegherai. Tu che allora avevi gridato e che ora piangerai, non mi troverai più per tenderti la mano come la prima volta: infatti me ne starò servendo per scrivere una lettera di remissione in favore di tutti i discendenti di Adamo. Con la mia carne che vedi, farò un foglio e con il mio sangue l’inchiostro per scriverci il dono che distribuisco senza sosta a coloro che gridano: Affrettati, tu il santo, salva il tuo gregge!»

 

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Passa Parola

16/04/2019: Servire il prossimo con dedizione.

La Chiesa è chiamata a essere “avvocata della giustizia e dei poveri” dinanzi alle “intollerabili disuguaglianze sociali ed economiche”, che “gridano al cielo”. (…) [Opzione preferenziale per i poveri] significa che deve pervadere tutte le nostre strutture e priorità pastorali. La Chiesa è chiamata a essere sacramento di amore, di solidarietà e di giustizia (…). È necessaria una disposizione permanente, che si manifesti in scelte e gesti concreti, evitando ogni atteggiamento paternalista. Ci viene chiesto di dedicare tempo ai poveri, di dare loro un’attenzione amorevole, di ascoltarli con interesse, di sceglierli come compagni (…), cercando insieme come trasformare la loro situazione. (…) Solo la vicinanza che ci rende amici ci permette di apprezzare profondamente i valori dei poveri di oggi, i loro legittimi aneliti e il loro specifico modo di vivere la fede. (…) I poveri diventano soggetti dell’evangelizzazione e della promozione umana integrale.

(Fonte: Conferenza di Aparecida (2007) Documento conclusivo, nn.395-398)

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Esortazione apostolica Amoris Laetitia

“L’amore dà sempre vita. Per questo, l’amore coniugale «non si esaurisce all’interno della coppia […]. I coniugi, mentre si donano tra loro, donano al di là di se stessi la realtà del figlio, riflesso vivente del loro amore, segno permanente della unità coniugale e sintesi viva ed indissociabile del loro essere padre e madre».

(Papa Francesco Amoris Laetitia 165)
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Lectio Divina Carmelitana:

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L’argomento di oggi

 

IL CLOWN

Perché la mia bocca è larga di riso /e la mia gola profonda di canto, / tu non credi che io soffra / trattenendo in me il mio dolore? / Perché i miei piedi sono gioia di danza, / tu non sai che io muoio!

Langston J. Hughes

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Chi non ricorda lo straziante protagonista Calvero di Luci della ribalta di Charlie Chaplin (1952), emblema dolce e tenero dell’altruismo incarnato da questo vecchio artista londinese del varietà, che era stato preparato dall’amara solitudine dello Charlot di un altro film, Il circo (1928), storia di un clown tenero e innamorato ma sconfitto? A questa costante parabola del pagliaccio, che fa ridere grandi e piccini mentre ha la morte nel cuore, rimandano anche i bei versi che ho tratto dalla poesia che s’intitola appunto Pagliaccio nero dell’americano Langston J. Hughes (1902-67), un poeta divenuto l’interprete sensibile della cultura e dell’isolamento dei neri d’America.

Non c’è bisogno, però, di entrare in un circo o nel quartiere di Harlem, ove viveva Hughes, per scoprire – forse anche in noi stessi – la verità di queste parole. Quante volte siamo stati costretti a sorridere e a gettarci nella turba vociante di una festa, mentre dentro il cuore custodivamo il segreto di una prova, di un tradimento, di una perdita. Certo, lo spettacolo deve continuare, ma dietro i lustrini molti celano amarezze e solitudini, insoddisfazioni e fallimenti. Aveva ragione Metastasio quando, con versi più lievi, ripeteva: «Se a ciascun l’interno affanno / si leggesse in fronte scritto, / quanti mai, che invidia fanno, / ci farebbero pietà». Per questo è necessario evitare i giudizi affrettati, fondati sulle apparenze. È una verità che vale in tutti i sensi, come ammoniva Machiavelli nel Principe: «Ognun vede quel che tu pari, pochi sentono quel che tu sei».

(Testo tratto da: G. Ravasi, Breviario laico, Mondadori)

RECUPERA LA RIFLESSIONE DI IERI!

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“Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri” (Gv 13,14).

L’evangelista Giovanni, nel ricordare le ultime ore trascorse con Gesù prima della Sua morte, mette al centro la lavanda dei piedi. Nell’antico Oriente, era un segno di accoglienza verso l’ospite, arrivato attraverso strade polverose, di solito compiuto da un servo.

Proprio per questo, in un primo momento i discepoli si rifiutano di accettare questo gesto dal loro Maestro, ma poi Egli alla fine spiega:

“Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri”.

Non misurare nell’amare

Buon lunedì Santo

«Lasciala fare, perché lo conservi

per il giorno della mia sepoltura»

Gv 12, 7

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MESE di APRILE

dedicato alla

DIVINA MISERICORDIA

FESTA DELLA DIVINA MISERICODIA

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15 APRILE

https://www.preghiereperlafamiglia.it/cesare-de-bus.htm

BEATO CESARE DE BUS

Cavallion, 3 febbraio 1544 – Avignone, 15 aprile 1607

Nacque a Cavaillon, nei pressi di Avignone, il 3 febbraio 1544. Era il settimo di tredici figli. Passò la gioventù tra gli ufficiali di Carlo III e la corte reale, lontano dalla pratica religiosa. La conversione avvenne nel 1575 anche grazie alla preghiera e alla penitenza di due umili persone: Antonietta Revillande e Luigi Guyot. Decisivo nel suo cambiamento il ruolo dei suoi direttori spirituali, prima il gesuita padre Piquet poi il vescovo diocesano che lo incaricò di predicare alla gente più umile e bisognosa. Nel 1582, trentottenne fu ordinato sacerdote assumendo il ruolo di canonico della cattedrale di Avignone. Nel 1592 intorno a lui si venne a formare una famiglia di sacerdoti e successivamente di suore. Era l’avvio della Congregazione maschile e femminile dei Dottrinari cui si dedicò anima e corpo. Gli ultimi anni della sua vita furono contrassegnati da gravi malattie tra cui la cecità. Morì ad Avignone il 15 aprile 1607, domenica di Pasqua. È stato beatificato da Palo VI il 27 aprile 1975. (Avvenire)

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Lunedì Santo 15 Aprile 2019

Lunedì della Settimana Santa

Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 12,1-11

Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti.
Equi gli fecero una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali.
Maria allora, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del profumo dell’unguento.
Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che doveva poi tradirlo, disse:
«Perché quest’olio profumato non si è venduto per trecento denari per poi darli ai poveri?».
Questo egli disse non perché gl’importasse dei poveri, ma perché era ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro.
Gesù allora disse: «Lasciala fare, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura.
I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me».
Intanto la gran folla di Giudei venne a sapere che Gesù si trovava là, e accorse non solo per Gesù, ma anche per vedere Lazzaro che egli aveva risuscitato dai morti.
I sommi sacerdoti allora deliberarono di uccidere anche Lazzaro,
perché molti Giudei se ne andavano a causa di lui e credevano in Gesù.

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Commento del giorno:

San Bernardo (1091-1153)

monaco cistercense e dottore della Chiesa

Discorsi sul Cantico dei cantici,12

Cospargere i piedi di Cristo dell’unguento della compassione

Vi ho parlato prima di due unguenti spirituali: quello della contrizione, che viene sparso per tutti i peccati ed è simboleggiato attraverso l’unguento di cui la peccatrice cosparse i piedi del Signore: “Tutta la casa si riempì del profumo dell’unguento”; c’è anche quello della devozione che racchiude tutti i benefici di Dio… Ma c’è un unguento che li supera ambedue di gran lunga; lo chiamerò l’unguento della compassione. Si compone infatti dei tormenti della povertà, delle angosce in cui vivono gli oppressi, delle preoccupazioni della tristezza, delle colpe dei peccatori, insomma di tutte le pene degli uomini, persino dei nostri nemici. Questi ingredienti sembrano indegni eppure l’unguento che compongono è superiore a tutti gli altri. E’ un balsamo che guarisce: “Beati i misericordiosi, troveranno misericordia” (Mt 5,7). Così, molte miserie abbracciate sotto uno sguardo compassionevole sono essenze preziose… Beata l’anima che si è curata di fare provviste di questi aromi, di cospargerli dell’olio della compassione e di farli cuocere al fuoco della carità! Chi è, secondo voi, quel “felice uomo pietoso che dà in prestito” (Sal 11,5), portato alla compassione, pronto a soccorrere il prossimo, più contento di dare che di ricevere? Quell’uomo che perdona facilmente, resiste all’ira, non consente alla vendetta, e in ogni cosa guarda come sue le miserie degli altri? Qualunque sia quell’anima impregnata dalla rugiada della compassione, il cui cuore trabocca di pietà, che si fa tutta a tutti, che ritiene se stessa nulla se non un vaso incrinato in cui nulla è tenuto gelosamente, quell’anima così perfettamente morta a se stessa da vivere solamente per gli altri, è felice di possedere quel terzo unguento migliore. Le sue mani distillano un balsamo infinitamente prezioso, che non inaridirà nell’avversità, né sarà disseccato dal fuoco della persecuzione. Dio infatti ricorderà sempre i suoi sacrifici.

 

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Passa Parola

15/04/2019: Non misurare nell’amare.

[…] Un amore che sa accogliere il prossimo sviato, amico, fratello o sconosciuto, e lo perdona infinite volte.L’amore che fa più festa a un peccatore che torna che a mille giusti, e presta a Dio intelligenza e beni per permettergli di dimostrare al figliol prodigo la felicità per il suo ritorno.Un amore che non misura e non sarà misurato.E’ una carità fiorita più abbondante, più universale, più concreta di quella che l’anima possedeva prima.Essa infatti sente nascere in sé sentimenti somiglianti a quelli di Gesù, avverte affiorare sulle sue labbra,per quanti incontra, le divine parole: «Ho misericordia di questa turba» (cf. Mt 15, 32).[…]

(Fonte: www.centrochiaralubich.org – La misericordia nell’eredità spirituale di Chiara Lubich – Roma, 14 maggio 2016 – Alba Sgariglia)

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Esortazione apostolica Amoris Laetitia

“Il prolungarsi della vita fa sì che si verifichi qualcosa che non era comune in altri tempi: la relazione intima e la reciproca appartenenza devono conservarsi per quattro, cinque o sei decenni, e questo comporta la necessità di ritornare a scegliersi a più riprese. Forse il coniuge non è più attratto da un desiderio sessuale intenso che lo muova verso l’altra persona, però sente il piacere di appartenerle e che essa gli appartenga, di sapere che non è solo, di aver un “complice” che conosce tutto della sua vita e della sua storia e che condivide tutto. È il compagno nel cammino della vita con cui si possono affrontare le difficoltà e godere le cose belle. Anche questo genera una soddisfazione che accompagna il desiderio proprio dell’amore coniugale. Non possiamo prometterci di avere gli stessi sentimenti per tutta la vita. Ma possiamo certamente avere un progetto comune stabile, impegnarci ad amarci e a vivere uniti finché la morte non ci separi, e vivere sempre una ricca intimità. L’amore che ci promettiamo supera ogni emozione, sentimento o stato d’animo, sebbene possa includerli. È un voler bene più profondo, con una decisione del cuore che coinvolge tutta l’esistenza. Così, in mezzo ad un conflitto non risolto, e benché molti sentimenti confusi si aggirino nel cuore, si mantiene viva ogni giorno la decisione di amare, di appartenersi, di condividere la vita intera e di continuare ad amarsi e perdonarsi. Ciascuno dei due compie un cammino di crescita e di cambiamento personale. Nel corso di tale cammino, l’amore celebra ogni passo e ogni nuova tappa.”

(Papa Francesco Amoris Laetitia 163)
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Lectio Divina Carmelitana:

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15 aprile 2019 – LUNEDÌ DELLA SETTIMANA SANTA

 

DALLA PAROLA DEL GIORNO

“Maria allora prese trecento grammi di profumo di puro nardo, assai prezioso, ne cosparse i piedi di Gesù, poi li asciugò con i suoi capelli e tutta la casa si riempì dell’aroma di quel profumo”

Gv 12, 3

 

Come vivere questa Parola?

Lo spreco… il primo giorno della settimana santa ci invita a riflettere sullo SPRECO. Quella cosa che noi produciamo senza rendercene conto, per pigrizia, poca avvedutezza, per cui sciupiamo risorse a non finire: materie prime naturali, dell’ambiente, inquinando, usando e gettando, non riparando, non riciclando; ma allo stesso modo, con la stessa incoscienza, sprechiamo tante risorse di persone, umiliandole, discriminandole, non permettendogli di crescere, o formandole secondo educazioni non liberanti e ottuse. Per poi denunciare altre situazioni che definiamo sperco solo perchè quelle risorse non sono riservate a noi. Nella logica egocentrica e poco riflessiva è spreco tutto quello che non posso usare io… non è spreco quello che butto via io.

Maria ci insegna un altro modo di essere consapevole e di possedere. I beni sono utili e utilizzabili, sempre in vista delle persone. Il bene delle persone è frutto del loro riconoscimento: riconosco che hai bisogno di casa, di salute, di istruzione, di mangiare, di socializzare, di studio, di benessere e tutto quello che concorre a soddisfare ciò, non è spreco. Nel riconoscere le persone non ci si ferma comunque ai bisogni primari e si possono mettere in luce gli aspetti più belli delle persone, permettondo ad essi di esprimersi. Maria ha riconosciuto Gesù come la persona più bella, amabile, buona e per lui è disposta a tutto. I suoi 300 grammi di profumo prezioso lei li versa su di lui, senza pensare che siano uno spreco. Lei ha cosparso Gesù di profumo con i suoi capelli che ne sono rimasti impregnati. L’effetto di questi gesti produce un aroma che si diffonde oltre i due e riempie la casa.

Signore, questo profumo sarà anche segno che anticipa la tua sepoltura, ma è soprattutto segno e pegno di amore senza fine!

 

La voce di una testimone

“Ho una vita sola e non posso sprecarla, voglio viverla per qualcosa di grande, per qualcosa che non passa: soltanto Dio non passa, solo l’amore resta.”

Chiara Amirante 

Commento di Sr Silvia Biglietti FMA

silviabiglietti@libero.it

 

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L’argomento di oggi

 

LA SALSA SULLA TOVAGLIA

La nobiltà dello spirito, rispetto a quella tradizionale del sangue, ha il vantaggio che uno se la può conferire da solo.

Robert Musil

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Robert Musil, nato a Klagenfurt in Austria nel 1880, aveva studiato e vissuto perlopiù in Germania ma, col prevalere di Hitler, aveva deciso di lasciare Berlino e di riparare in Svizzera, a Ginevra, dove si sarebbe spento il 15 aprile 1942. Là aveva condotto un’esistenza povera e la morte l’aveva colto all’improvviso mentre stava lavorando al suo capolavoro incompiuto, quell’Uomo senza qualità che spesso rimane altrettanto incompiuto nella lettura di molti perché è testo arduo, senza una trama netta. È un’opera che – a mio avviso – potrebbe essere descritta con le parole del suo straordinario ma inconcludente protagonista, Ulrich: «Certi pensieri sono come corde che si attorcigliano in avvolgimenti infiniti intorno alle braccia e alle gambe».

Oggi, però, usciamo da queste spirali e ci affidiamo a uno dei Frammenti postumi di Musil che brillano di luce propria. Vi ricordate l’esilarante battuta di Totò: «Signori si nasce. E io lo nacqui!»? In realtà, non si nasce né signori né raffinati né insigni, lo si diventa con un serio esercizio. Si può ereditare per nascita di essere conti o marchesi, blasonati e patrizi: frutto di condizioni meramente estrinseche è appartenere alla classe aristocratica o plebea. La «nobiltà dello spirito», come ammonisce Musil, è invece l’unica che ci conferiamo da soli con un impegno severo, anche nei piccoli comportamenti. A quest’ultimo proposito mi viene in mente una battuta di un altro scrittore che ammiro, Anton Cechov: «La signorilità vera non sta nel non versare la salsa sulla tovaglia, ma nel non mostrare di accorgersi se un altro lo fa». Il contegno, l’educazione, il rispetto sono valori che rivelano una classe che non è assegnata dai documenti anagrafici, ma che fiorisce da una finezza umana profonda.

(Testo tratto da: G. Ravasi, Breviario laico, Mondadori)

RECUPERA LA RIFLESSIONE DI IERI!

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“Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri” (Gv 13,14).

L’evangelista Giovanni, nel ricordare le ultime ore trascorse con Gesù prima della Sua morte, mette al centro la lavanda dei piedi. Nell’antico Oriente, era un segno di accoglienza verso l’ospite, arrivato attraverso strade polverose, di solito compiuto da un servo.

Proprio per questo, in un primo momento i discepoli si rifiutano di accettare questo gesto dal loro Maestro, ma poi Egli alla fine spiega:

“Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri”.

chiesa di san felice in pincis © 2018